Natale nel segno del Sinodo: il messaggio alla Diocesi di Monsignor Petrocchi

Il vescovo di Latina, Giuseppe Petrocchi

LATINA – Riceviamo e pubblichiamo qui il Messaggio per Natale del Vescovo di Latina Giuseppe Petrocchi

PER UN NATALE NEL SEGNO DEL SINODO

Carissimi Fedeli,

il Natale è ormai imminente. Il Figlio di Dio, facendosi uomo, è entrato nel mondo e cammina con noi nella storia: è diventato, così, nostro compagno di viaggio. Come appartenenti alla Chiesa Pontina, che vive il Sinodo, siamo chiamati a crescere nell’esperienza del Signore-tra-noi, per avanzare nella comunione fraterna e agire, con maggiore efficacia, come lievito evangelico nella società in cui operiamo.

È un Natale, questo, nel segno del Sinodo. E proprio dal Sinodo ci aspettiamo di crescere come Chiesa più-Una. Perciò:

– Chiesa più capace di “fare posto” alla Parola di Dio, e, proprio per questo, idonea ad educare secondo il Vangelo, prima di tutto le nuove generazioni;

– Chiesa più eucaristica, quindi formata e sostenuta dalla grazia, che guarisce dal male e ci rende figli di Dio;

– Chiesa più protesa a vivere come “corpo mistico” di Cristo, in cui tutte le membra, animate dallo stesso Spirito di santità, si impegnano, ciascuno secondo la propria vocazione, a sviluppare un’azione pastorale organica ed integrata, nel segno della corresponsabilità e della concorde armonia delle diversità;

– Chiesa più aperta all’Amore, donato dal Signore-che-viene: di conseguenza, Chiesa che ama e che sa farsi amare;

– Chiesa più sensibile a percepire e soccorrere le “povertà”, nuove ed antiche, che affliggono la nostra epoca. Questa carità, che si muove verso gli ultimi, ci rende Comunità dalle “braccia aperte”, anzitutto verso gli immigrati. Essi, pur essendo stranieri, non ci sono estranei. Come cristiani, infatti, li sappiamo nostri fratelli nel Signore e come cittadini li riconosciamo “nostri pari”, rispettandoli interamente nella loro dignità e appoggiandoli nelle legittime aspirazioni. Ciò che accadde a Betlemme, tanti anni fa, ci ammonisce a non rifiutare chi bussa alla nostra porta, per chiedere calore umano prima che aiuto materiale.

– Chiesa “più missionaria”, sollecita per l’evangelizzazione di tutte le genti, ma anche attenta ad alimentare la fiammella della fede dove si vede affievolita o riaccenderla in chi l’ha persa. Siamo consapevoli, infatti, che nelle nostre Comunità sono tanti quelli che si professano “religiosi” senza essere davvero “credenti”; e numerosi risultano quelli che, pur essendo credenti, non vivono da “discepoli”;

– Chiesa più-Famiglia, abilitata, perciò, ad affiancare tutte le famiglie, specie quelle in difficoltà, nella convinzione che è la famiglia la “cellula” fondamentale della Chiesa, la prima “scuola di umanità” e la più grande risorsa della comunità civile;

– Chiesa più-impegnata nella società, esercitando, con franchezza, la profezia sui valori etici universali e sulle priorità che occorre garantire per favorire la crescita integrale di ogni uomo e di tutto l’uomo. Tra queste, la tensione a promuovere – sempre e dovunque – la vita come dono inviolabile, in tutte le sue fasi e condizioni.

Una Chiesa così deve essere capace di “Ascolto” (di Dio che parla ed agisce nella storia) ma anche di “ascolti” (di tutte le voci umane veritiere ed oneste). Ciò esige una Comunità preparata ad interpretare, con sapienza, gli eventi e le attese che scandiscono il tempo che attraversiamo, per elaborare risposte adeguate. Chiesa, perciò, del dialogo e della proposta, prudente nei passi ma anche audace nei progetti. Una Chiesa che sa dire i suoi “sì”, ma che pronuncia, quando necessario, i dovuti “no”: bisogna infatti, con fermezza e senza complicità, dissolvere, con la luce del Vangelo, l’ombra oscura di “Erode” (nelle sue molteplici versioni contemporanee), che si proietta cupa su vaste zone della cultura e negli atteggiamenti dominanti di questo periodo.

Chiesa che cammina con andamento deciso: senza fretta, ma anche senza rimandi o lentezze. Chiesa che non si limita a subire la storia, ma la fa, nel rispetto della sua identità e del compito che le è proprio.

Infine, Chiesa della speranza, radicata nella certezza che Dio adempie le sue promesse: persuasa, per questo, che la sana perseveranza è sempre premiata.

È stato detto che “occorre amare la terra per guardare il cielo” (A. Moro), ma è anche vero che bisogna avere il cuore in cielo, per andare incontro ad ogni prossimo con un amore che sa tessere comunione.

Ognuno di noi è un tesoro da far fruttare per il Regno di Dio; non perdiamo, perciò, le occasioni che la Provvidenza ci offre per spenderci nella carità e ottenere, così, il Bene che non ci verrà tolto.

Auguro a tutti un Natale che ci faccia assaporare la bellezza di essere-Chiesa, per portare ovunque la lieta notizia che, nel Figlio fatto uomo, a ciascuno, se vuole, è regalata la gioia di diventare “nuova creatura”!

 Vi benedico tutti nel Signore!

 + Giuseppe Petrocchi

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