IL VESCOVO CENSURA LA POLITICA
“Serve revisione dei luoghi e dell’operato”

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Il vescovo Petrocchi

LATINA – La crisi finanziaria e quella della politica al centro del messaggio del Vescovo ai politici  e agli amministratori locali pronunciato il Primo dell’Anno nella Cattedrale di San Marco a Latina, nel corso della  Messa d’inizio anno. Dura in particolare la critica alla politica degli scandali e degli interessi personali da parte di monsignor Giuseppe Petrocchi. L’antipolitica, nel senso più ampio del termine, è uno spettro che inquieta anche la Chiesa – ha detto – mentre la gente, chiede riordino e trasparenza. Il vescovo ha parlato di una «crisi patologica» dei partiti con la conseguente delegittimazione del loro compito rappresentativo ed istituzionale, augurando  una «seria revisione dei luoghi della politica, come pure dell’operato degli esponenti che li abitano.

 IL TESTO INTEGRALE  – “SOLO L’AMORE CAMBIA IN MEGLIO L’AVVENIRE”

Discorso pronunciato dal Vescovo, Mons. Giuseppe Petrocchi,
ai Politici, agli Amministratori Pubblici e ai Rappresentanti delle Parti Sociali
in occasione della Giornata Mondiale della Pace
Latina, Cattedrale S. Marco, 1° gennaio 2013

Carissimi Amici, impegnati, a vario titolo, nel servizio alla Comunità civile: con gioia vi saluto fraternamente nel Signore. Consentitemi, come è ormai tradizione, di comunicarvi alcuni “pensieri sparsi” che in questo periodo mi passano per la mente e si radicano nel cuore: li affido alla vostra amicizia, nella certezza che troveranno una benevola e meditata accoglienza. Sapete, inoltre, che al termine di questa celebrazione vi consegnerò il Messaggio che il Santo Padre, Benedetto XVI, ha scritto in occasione della Giornata Mondiale della Pace: costituisce un prezioso vademecum per il prossimo anno e una guida sicura, specie in mezzo alle turbolenze del nostro tempo.

Non bisogna certo ricorrere a una sofisticata “risonanza magnetica” per scoprire le malattie che insidiano la vita politica nel nostro paese: purtroppo, le patologie da cui è affetta sono esposte allo sguardo di tutti. La già voluminosa enciclopedia degli scandali, che vede protagonisti uomini di vari partiti, si è arricchita recentemente di nuovi deplorevoli capitoli. Anche se accaduti in ambiti settoriali e circoscritti, questi fenomeni di grave malcostume rischiano, in forza di un ingiustificato “effetto-alone”, di avere un riverbero generale, gettando l’opinione pubblica in una risentita sfiducia nei confronti della classe politica.
Stando alle valutazioni pessimistiche (che non condivido) date da diversi analisti, sarebbe ormai da ipotizzare un lento ma inevitabile processo di estinzione dei partiti, almeno nella loro configurazione tradizionale: condannati a subire una irreversibile “entropia politica”, cioè, una progressiva degradazione della loro energia vitale, fino all’esaurimento delle risorse creative di cui dispongono e alla perdita di significato sulla scena nazionale.
Pur trovando fondate le voci, provenienti dalla gente, che chiedono riordino e trasparenza nelle interazioni private e nelle iniziative pubbliche dei partiti, sono convinto che essi rappresentino irrinunciabili organismi di mediazione sociale: di conseguenza, vanno sostenuti, riconosciuti e valorizzati nella preziosa funzione civica che svolgono. Costituiscono, infatti, aggregazioni-ponte, finalizzate a portare nelle sedi di governo le istanze della base da cui sono espressi e a trasmettere alla loro piattaforma di riferimento le esigenze della vita pubblica, sia generale che locale. Pertanto, una crisi patologica della loro identità (con la conseguente delegittimazione del loro compito rappresentativo ed istituzionale) costituirebbe un grave danno per l’esercizio efficace della democrazia nel nostro paese.
Certamente va promossa una seria revisione dei “luoghi” della politica, come pure dell’operato degli esponenti che li abitano. Questa giusta istanza, per essere efficace e non evaporare in declamazioni inutili, deve essere coniugata con la consapevolezza critica che la necessaria riforma della politica si origina in un campo pre-politico: quello dell’orizzonte morale. L’“anima della politica”, infatti, non nasce dalla politica: essa promana da un’altra regione dell’esistenza personale e comunitaria, quella dello spirito, dove si trovano le sorgenti della verità, dell’amore e della speranza. Solo il recupero e il rafforzamento di una “interiorità valoriale genuina” consentirà alla politica di esprimersi nelle sue forme più alte e nobili: cioè, come arte di cercare, attraverso il confronto positivo, l’interesse autentico di tutti e di ciascuno. Perciò, per migliorare l’intero organismo della politica e neutralizzare le malattie che lo insidiano, è inevitabile ricorrere ad intense “terapie spirituali” e somministrare, in robuste dosi, le vitamine ricostituenti delle “virtù etiche”.
Invece, coloro che si lasciano sedurre dalla triplice idolatria del potere, dell’avere e del piacere inevitabilmente restano infettati dai “virus” contagiosi del culto di sé, dei comportamenti predatori e dell’edonismo sfrenato. Vizi, questi, che spesso si occultano sotto il manto di scenografie messe in atto dai prestigiatori della politica. Per non lasciarsi ingannare dagli illusionismi da palcoscenico e dalle retoriche di bottega, occorre rimanere ancorati a un severo e onesto “esame di realtà”: anche il Vangelo, infatti, ci invita a riconoscere dai frutti la qualità dell’albero (cfr. Mt 7,16).

Dunque, le riforme messe in atto nei partiti – tese a rinnovare gli apparati organizzativi, gli stili comunicativi, i meccanismi della trasparenza e i metodi di partecipazione – sono necessarie, ma non sufficienti. Per dare una svolta in meglio alle relazioni “tra” gli uomini bisogna anzitutto operare “dentro” ogni uomo (cfr. Mt 15,19): è dalla coscienza retta, infatti, che parte ogni vera “conversione sociale”. Occorre, perciò, lavorare sulla mente, perché – depurata da interferenze di idee false – si apra incessantemente alla ricerca della verità; occorre educare il cuore, perché – reso libero dal magnetismo del male – tenda con perseveranza al bene comune; occorre rendere esemplari i comportamenti, perché – rinunciando a ogni contraffazione verbale e a ogni mistificazione operativa – siano resi idonei a testimoniare l’altruismo saggio e un amore fattivo. Il mondo politico attuale, scrive Benedetto XVI, «necessita del supporto di un nuovo pensiero, di una nuova sintesi culturale, per superare tecnicismi ed armonizzare le molteplici tendenze politiche in vista del bene comune» .
Di conseguenza, se non cambia “l’anima della politica”, anche se all’esterno cambiasse tutto, nella sostanza non cambierebbe niente. Anzi, proprio gli altisonanti proclami che annunciano trasformazioni epocali, se non seguite dai fatti, diventerebbero insidiose strategie di conservazione. Si avvererebbe, allora, quanto previsto da un proverbio antico che, con arguta ironia, sentenzia: “correre freneticamente sullo stesso luogo, è il modo migliore per restare fermi”.

La “certificazione di idoneità alla politica” (che va richiesta sia agli esordienti come ai navigatori di lungo corso) non va data per scontata, ma deve essere rilasciata dagli organi di controllo dei partiti “prima” che si varchi la porta della competizione elettorale. È una seria “dogana etica” che si deve superare in partenza, poiché non si può “rimandare a dopo” una rigorosa revisione delle attitudini e delle motivazioni, pensando che basti tuffarsi nella vita pubblica per diventare buoni politici. Afferma, con humour pungente, un proverbio africano: “anche se restasse a lungo immerso nell’acqua, un tronco d’albero non diventerà mai un coccodrillo”.
Bisogna aprire e moltiplicare scuole di autentica “spiritualità civica”, in cui si insegni l’arte di vivere l’“etica politica”. In particolare, vanno coltivate le fondamentali virtù sociali, (quelle che la tradizione definisce “cardinali”, perché rappresentano il perno principale sul quale ruotano tutte le altre attitudini buone): la giustizia (che porta a dare a ciascuno ciò che gli spetta), la fortezza (che consiste nel rimanere saldi nel fare il bene, nonostante i problemi e le avversità), la prudenza (che si esprime nel dare valutazioni ponderate e nel porre comportamenti equilibrati), la temperanza (che frena le passioni e garantisce la guida accordata alla ragione).
Mi auguro che le aggregazioni culturali e partitiche sappiano inaugurare o potenziare queste “palestre” in cui si insegnano non le “arti marziali della politica” (fatte di tecniche mirate a colpire e mettere fuori gioco l’avversario) ma le “arti civiche della democrazia” (basate sui metodi del dialogo sincero e della dialettica costruttiva). In questi siti, guidati da maestri credibili, si devono allenare (sotto il profilo dottrinale e pratico) il pensiero onesto, la volontà buona e la condotta esemplare.

In tale prospettiva mi sembra doveroso evidenziare con umile franchezza che, su queste tematiche formative e socio-politiche, la Chiesa ha molto da dire e da dare, anche sul versante strettamente umano e culturale. Infatti, i principi che la Chiesa confessa e richiama, nel suo farsi costruttrice di pace sociale, non sono verità di fede. «Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa» .
Infatti, se è vero che i “portici” della buona politica e i “colonnati” della Chiesa sono (e debbono restare) distinti, è anche vero che essi non sono opposti, ma devono diventare complementari e convergenti sull’asse condiviso della ricerca del bene comune. Per questo, mantenendo salda l’attenzione alle dovute “alterità” e alle specifiche competenze, è importante che queste entità garantiscano le opportune sintonie operative, mirate a promuovere la crescita integrale della città dell’uomo e dei suoi abitanti.

«La Chiesa – si legge in un pronunciamento del Magistero – rispetta la legittima autonomia dell’ordine democratico e non ha titolo per esprimere preferenze per l’una o per l’altra soluzione istituzionale o costituzionale. Il contributo, che essa offre a tale ordine, è proprio quella visione della dignità della persona, la quale si manifesta in tutta la sua pienezza nel mistero del Verbo incarnato» .
La Chiesa, dunque, si dichiara “super partes”, ma questa sua neutralità non va scambiata per indifferenza: tiene fermi, infatti, i valori non negoziabili della vita, in ogni suo stadio; si impegna con radicalità per la promozione della famiglia, come comunità che nasce dal matrimonio tra un uomo e una donna; sostiene un umanesimo integrale, attento alla totalità dei bisogni della persona e aperto al Trascendente; si impegna a promuovere, sempre e dovunque, i diritti e doveri che tutelano lo sviluppo autentico di ogni uomo e di tutto l’uomo; professa con rispetto, ma con fermezza, la sua dottrina sociale.
C’è, tuttavia, una scelta preferenziale che la Chiesa fa: è quella dei poveri, senza alcuna discriminazione. «Il punto di vista cristiano – infatti – è che gli esseri umani devono essere valutati per ciò che sono, non per ciò che hanno. Amando i poveri e aiutando i bisognosi, la Chiesa cerca prima di tutto di rispettare e restituire la loro dignità» .

Sappiamo tutti che il nostro paese è sferzato dai venti gelidi provenienti da una imprevista “era glaciale” che – non senza gravi colpe e complicità – si è abbattuta sull’economia mondiale. La crisi – come è noto – è nata finanziaria, si è trasformata in economica ed ora è diventata sociale. In questo “cambiamento di clima” viene sempre più a mancare la prospettiva del “benessere diffuso”, mentre cresce, in progressione geometrica, la disparità tra iper-ricchi e ultra-poveri. Tale divaricazione autoamplificante determina, con un meccanismo perverso, la penosa dilatazione dell’area della miseria.
Per questo, esortiamo tutti, credenti e uomini di buona volontà, ad impegnarsi seriamente nel compito urgente di schiodare i poveri dalla croce di un capitalismo finanziario diventato sregolato e disumano, perché, avendo dimenticato il primato della persona, si è unicamente concentrato sulla logica del profitto .
Anche noi italiani siamo sbattuti dai flutti nel mare in tempesta di questa economia globalizzata. La nave, su cui viaggiamo, imbarca acqua e per non affondare deve buttare parte del carico: così, presi dal panico, insieme a pesi inutili e gravami ingombranti corriamo il rischio di gettare tra le onde anche oggetti di grande valore, indispensabili per la sopravvivenza dei passeggeri, specie i più deboli. In questa situazione drammatica, è d’obbligo dire – citando don Primo Mazzolari – che «non si può fare la salvezza del Paese dimenticando il povero» . Al contrario, è necessario ascoltare, oltre la voce dei mercati, anche quella degli indigenti, per evitare tensioni sociali: poiché, come commentava l’Autore citato, «chi soffre ha diritto a un po’ d’impazienza» .
Pure in terra pontina abbiamo udito l’urlo delle “sirene mediatiche” che lanciavano un acuto “allarme produttivo”: esse ci hanno avvertito che pure noi siamo sotto il bombardamento della speculazione finanziaria e ci hanno invitato a trovare “rifugio” in nuove forme di solidarietà sociale e aziendale.
Posso affermare, con dati alla mano, che il grido degli ultimi l’ho avvertito lacerante anch’io, specie attraverso i nostri “sensori ecclesiali e popolari”, capillarmente diffusi sul territorio: le parrocchie. Questi centri di vita cristiana e di prossimità fraterna, con grande carità e spirito di abnegazione, cercano di rispondere, come possono, alle pressanti richieste di aiuto che vengono dalla gente che si trova in difficoltà.

Nella scala delle precedenze da assicurare deve figurare, in testa alla classifica, il sostegno alle famiglie, che sono le cellule-base della società «dal punto di vista demografico, etico, pedagogico, economico e politico» . In tale azione di supporto vanno privilegiate quelle più in difficoltà, affinché questi nuclei fondamentali della comunità ecclesiale e civile – da scuole di umanità, di amore e di pace – non diventino focolai di “problemi a grappolo”, che destabilizzano l’intera società.
Come purtroppo è noto, in una situazione di crisi economica e di pesante recessione si allarga dolorosamente la piaga della disoccupazione: micidiale morbo questo, che attacca i centri nevralgici dell’intero “corpo sociale” e ne causa la degenerazione funzionale. In tale contesto, rischiano di diventare endemici anche gli abusi perpetrati nei rapporti di lavoro (specie quello “in nero” o sottopagato). Ciò dipende dalla convinzione che il lavoro sia solo una variabile dipendente dei meccanismi finanziari . Di qui la diffusa tendenza (nel nome di una assolutizzata e incontrollata libertà dei mercati) a non dare il giusto riconoscimento allo statuto giuridico dei lavoratori e al valore “in sé” (e non solo in vista del guadagno) della loro opera. Occorre, dunque, anche nella nostra zona, promuovere una efficace “cultura del lavoro” e agire con grande risolutezza affinché l’accesso al lavoro – e al suo mantenimento – vengano garantiti, per quanto possibile, a tutti .
In questo quadro inquietante, non può essere ignorata la triste e alienante condizione di tanti giovani che vedono negata o rinviata a un futuro annebbiato la possibilità di accedere a un dignitoso impegno professionale. Occorre lanciare una “controffensiva della coscienza civile” per contrastare il fenomeno dello sfruttamento di giovani disoccupati (il cui numero è giunto ormai a soglie parossistiche) e di lavoratori immigrati. Si devono mobilitare le forze migliori per opporsi fermamente alla epidemia del “precariato cronico”, che vede specialmente nei giovani e negli extracomunitari una massa da impiego saltuario, incerto, mal retribuito e facilmente ricattabile.
Per il spalancare spiragli di speranza tra queste nubi oscure, è essenziale – attraverso accordi convergenti – varare lungimiranti politiche del lavoro . In particolare è diventata improrogabile l’esigenza di formulare e mettere in cantiere nuovi e più flessibili modelli di sviluppo, capaci di produrre una crescita integrale, solidale e sostenibile.
Si spera, inoltre, che attraverso un monitoraggio attento e una intelligente convergenza di tutte le forze istituzionali, politiche e produttive del nostro territorio, si riesca a riattivare i motori inceppati di molte aziende, favorendo la ripresa e l’accelerazione del circolo economico virtuoso: maggiori investimenti, produttività eccellente, occupazione in crescita. In particolare, vanno premiati e incentivati quegli imprenditori e quei consorzi cooperativi che, nel rispetto delle regole etiche e civili, riescono a creare e incrementare attività industriali sane, cioè ben equipaggiate per competere sul mercato globalizzato e capaci di suscitare nuovi posti di lavoro.

Mi si consenta di richiamare ancora una volta l’obbligo – che investe tutta la comunità – di mantenere alta la guardia contro la malavita: sia autoctona che importata. Attraverso una corale azione di contrasto, occorre impedire che si impiantino o si ramifichino forme di malavita organizzata, impedendo pure che (per assimilazione imitante o attraverso alleanze delinquenziali) la nostra microcriminalità evolva in macrocriminalità. Dobbiamo insieme fare barriera e collaborare con le Istituzioni, promuovendo una vigorosa “cultura della legalità” ed estirpando dalla nostra mentalità logiche acquiescenti, omertose o deleghe deresponsabilizzanti. Vorrei, infine, cogliere l’occasione per esprimere la mia stima cordiale e la convinta gratitudine alla Magistratura e alle Forze dell’Ordine, che si prodigano con onore ed efficacia per assicurare, a tutti e a ciascuno, una vita serena e laboriosa.
La lista dei “beni-valori” da tutelare, avendo Dio come riferimento ultimo , e l’elenco delle urgenze collettive a cui rispondere, potrebbero essere di molto prolungati: ma la mia riflessione prevede spazi ristretti di trattazione. Lascio, perciò, alla vostra sollecitudine intelligente di fare una sosta riflessiva su altri argomenti di pressante attualità.
Carissimi Amici, sapete che lo sviluppo armonico della società presuppone e genera l’esperienza della pace, che – come ricorda Benedetto XVI nel suo Messaggio – scaturisce dall’«etica della comunione e della condivisione» . Essa, a sua volta, postula una perseverante “cura dell’anima” e una valida “educazione sociale” . Con tali sentimenti e con questi auspici vi affido tutti e ciascuno a Maria, Regina della pace, perché su di voi e sulle vostre azioni, tese a favorire il bene comune, scenda copiosa la benedizione del Signore e la forza della Sua grazia vi accompagni sempre!

+ Giuseppe Petrocchi
vescovo

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