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Festival Pontino, a Sermoneta il concerto degli allievi di Composizione

Appuntamento alle 21 alle scuderie del Castello Caetani

SERMONETA – Questa sera, martedì 9 luglio alle ore 21, le Scuderie del Castello Caetani a Sermoneta ospiteranno il trio formato dal violoncellista Michele Marco Rossi, il clarinettista Riccardo Acciarino e il pianista Umberto Ruboni ad eseguire i lavori degli allievi di Alessandro Solbiati, a conclusione del workshop di Composizione tenuto in questi giorni a Sermoneta.

In prima assoluta si ascolterà la musica di Mauricio Arias-Esguerra (Nanouverture, per clarinetto basso, violoncello e pianoforte), Giovanni Frison (Elettrio per clarinetto basso/clarinetto, violoncello e pianoforte), Giorgio Astrei (Due brevi danze per violoncello e pianoforte), Lidia Ciubuc (Din Ocean De Vise  per clarinetto in sib, violoncello e pianoforte), Gabriele Tortorelli (Bia per clarinetto basso e violoncello), Roberto Mongardini (Dite per clarinetto in sib, violoncello e pianoforte), Maria Ausilia Grasso (Michi per violoncello e pianoforte), Mariano Russo (La fragilità della memoria per clarinetto basso, violoncello e pianoforte).

A completare il programma nella seconda parte l’esecuzione del pezzo di Alessandro Solbiati Le due radici per violoncello solo scritto e dedicato al violoncellista Michele Marco Rossi che ne sarà anche in quest’occasione l’interprete. Così Solbiati introduce la sua composizione: “Le due radici è stato scritto a cavallo tra 2018 e 2019 su commissione della Società Barattelli di L’Aquila per il violoncellista Michele Marco Rossi. Il violoncello è lo strumento più umano che ci sia, la sua voce è davvero vox humana quando canta; persino la sua forma evoca le fattezze di un corpo umano. Stimolato dai riferimenti proposti dal committente alla storia dell’umanità e del suo eterno e drammatico muoversi per il mondo, ho voluto leggere nello strumento stesso, reso simbolo e immagine dell’Uomo, le origini, le radici dei due parametri originari della musica, il canto (il melos), e il ritmo (la pulsazione), proprio come la musica ha avuto origine nel corpo dell’uomo, cantando e battendo le mani. Iniziando dal puro ‘gesto del suonare’, quasi senza esito sonoro, in quattro successivi episodi ho voluto leggere 1) l’emergere progressivo della dimensione ritmica, dapprima in forma confusa e arruffata, ma culminante poi nella citazione di un canto trobadorico, A l’entrada del temps clar, 2) la nascita oscura, come dalla terra, della dimensione melodica, ancora attorcigliata e incapace di liberarsi, 3) il definitivo affermarsi del ritmo, in una serie di variazioni sempre più esplicite (e ancora culminanti nel canto trobadorico) e infine 4) il sollevarsi del puro canto verso le regioni più acute. Il tutto termina con una lunga coda, in cui lo strumento si trasforma timbricamente e riassume le due radici in una sorta di Kondukt, di incedere funebre: la quarta corda viene scordata di molto verso il basso, la seconda e la terza vengono preparate fino a risuonare come ipotetici gong, e la prima viene usata solo in regione iperacuta, come incarnasse uno strumento sconosciuto che canta in lontananza”.

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