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Infarto, il Santa Maria Goretti 1° in Lazio per numero di ricoveri

L'indagine di doveecomemicuro.it

LATINA – www.doveecomemicuro.it, portale di public reporting sanitario, ha realizzato un’indagine sugli ospedali italiani più performanti per volume di ricoveri per infarto miocardico acuto, per numero di interventi di bypass aortocoronarico e per volume d’interventi di angioplastica coronarica (fonte: PNE 2019, con cui è stato recentemente aggiornato il sito www.doveecomemicuro.it).

A livello nazionale, 2 presidi del Lazio sono presenti in classifica: il Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma è al 1° posto in Italia con 322 interventi di bypass aortocoronarico eseguiti nel 2018 mentre il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma è 4° con 296 interventi.

A livello regionale, nelle prime posizioni per numero di ricoveri per infarto miocardico acuto ci sono: al 1° posto l’Ospedale Santa Maria Goretti di Latina – ASL Latina, al 2° la Fondazione Policlinico Tor Vergata di Roma, al 3° l’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma, al 4° il Presidio ospedaliero San Filippo Neri di Roma – ASL Roma 1 e al 5° il Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma.

Quanto al volume d’interventi di bypass aortocoronarico: al 1° posto c’è il Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma, al 2° il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma, al 3° l’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma, al 4° la Fondazione Policlinico Tor Vergata di Roma e al 5° la Azienda Ospedaliera Universitaria Sant’Andrea di Roma.

Riguardo al numero di interventi di angioplastica coronarica: al 1° posto c’è la Fondazione Policlinico Tor Vergata di Roma, al 2° il Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma, al 3° il Policlinico Casilino di Roma – Eurosanità, al 4° l’Aurelia Hospital di Roma e al 5° l’Ospedale Santa Maria Goretti di Latina – ASL Latina.

“In base alle evidenze scientifiche, un maggior numero di casi trattati da una struttura sanitaria ha un impatto significativo sull’efficacia degli interventi e sull’esito delle cure. Perciò, il Decreto ministeriale sugli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera (DM 70/2015) fissa delle soglie minime al di sotto delle quali il rischio di esiti negativi aumenta notevolmente”, spiega Elena Azzolini, medico specialista in Sanità Pubblica e membro del comitato scientifico di www.doveecomemicuro.it.

In Lazio, le strutture pubbliche o private accreditate che nel 2018 effettuano ricoveri per infarto miocardico acuto sono 46 (96 considerando anche quelle sotto i 10 volumi). La soglia ministeriale di minimo 100 ricoveri annui è ottenuta dal 65,2% degli ospedali, pari a 30. A rispettare tutti e 3 i valori di riferimento (volume uguale o superiore ai 100 interventi annui, mortalità a 30 giorni dal ricovero uguale o inferiore all’8% e PTCA entro 48 ore dal ricovero uguale o superiore al 45%), invece, è il 30,4% dei centri, pari a 14.

Quanto al bypass aortocoronarico, le strutture che eseguono almeno 5 interventi annui sono 10. Il valore di riferimento ministeriale di minimo 200 interventi l’anno è rispettato dal 30% dei centri, pari a 3. A rispettare entrambi i valori di riferimento (volume uguale o superiore ai 200 interventi annui e mortalità a 30 giorni dal ricovero uguale o inferiore all’1,5%) è il 20% dei centri, pari a 2.

(Nel 2012 le strutture che eseguivano almeno 5 interventi di bypass erano 8. Il 50% di esse, pari a 4, rispettava la soglia ministeriale riguardo al volume. Il 12,5% dei centri, pari a 1, invece, rispettava entrambi gli standard ministeriali).

Le strutture pubbliche o private accreditate che effettuano interventi di angioplastica coronarica sono 32 (40 considerando anche quelle sotto i 10 volumi). Il valore di riferimento ministeriale di minimo 250 interventi l’anno è rispettato dal 69% dei centri, pari a 22. (Nel 2012 le strutture che eseguivano almeno 10 interventi di angioplastica erano 29. Il 75,9%, pari a 22, rispettava la soglia ministeriale riguardo al volume).

Quanto alla quota di residenti che scelgono di farsi curare nella Regione, per ciò che concerne l’infarto miocardico acuto si attesta al 95,6%, per il bypass aortocoronarico al 93,7% e per l’angioplastica coronarica al 93%.

Un dato nazionale positivo emerso dal confronto delle edizioni del Programma Nazionale Esiti relative agli anni 2012 e 2018 è il calo di ricoveri per infarto miocardico acuto che in 6 anni hanno registrato un -7,6%.

“Questo risultato dipende in gran parte dalle strategie di prevenzione cardiovascolare e dalla consapevolezza sempre più diffusa dell’importanza di avere stili di vita corretti”, dice Marco Di Eusanio, Direttore della Cardiochirurgia dell’AOU Ospedali Riuniti di Ancona. “La riduzione dei ricoveri, in particolare per quanto riguarda gli infarti STEMI, i più urgenti, si deve molto anche all’efficacia dalla prevenzione farmacologica con statine, antiaggreganti e al miglior controllo dell’ipertensione arteriosa”, aggiunge Gian Piero Perna, Direttore del reparto di cardiologia del medesimo ospedale.

Infarto, bypass e angioplastica: dove operarsi in Lazio?

I ricoveri per infarto miocardico acuto in Italia sono calati del 7,6% tra il 2012 e il 2018 mentre la mortalità media a 30 giorni è scesa dal 9,98% all’8,03%; quanto allo standard di 100 ricoveri annui, è rispettato dal 61,9% degli ospedali; la soglia di 200 interventi di bypass aortocoronarico è raggiunta dal 27,7% dei centri mentre il valore di 250 interventi di angioplastica coronarica è ottenuto dal 58,8% delle strutture. Su www.doveecomemicuro.it le classifiche regionali degli ospedali più performanti per volume (fonte: PNE 2019 riferito al 2018). Al 1° posto per numero di ricoveri per infarto miocardico acuto c’è l’Ospedale Santa Maria Goretti di Latina – ASL Latina, per il bypass c’è il Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma mentre per l’angioplastica c’è la Fondazione Policlinico Tor Vergata di Roma

Un dolore toracico improvviso che si protrae per oltre quindici minuti. È tra le avvisaglie più comuni di un infarto miocardico acuto (IMA), una patologia la cui mortalità, durante la prima ondata Covid-19 è più che triplicata rispetto allo stesso periodo del 2019 (in base a un recente studio della Società Italiana di Cardiologia). Un dato, questo, legato però al momento di grande emergenza che stiamo vivendo e in controtendenza rispetto all’andamento degli ultimi anni. Confrontando le edizioni del Programma Nazionale Esiti di Agenas relative agli anni 2012 e 2018 si osserva, infatti, una significativa riduzione della mortalità media a 30 giorni dal ricovero per IMA scesa dal 9,98% del 2012 all’8,03% del 2018 (Fonte: PNE 2019, con cui è stato recentemente aggiornato il portale di public reporting sanitario www.doveecomemicuro.it). Ma questo non è l’unico aspetto positivo che riguarda l’infarto miocardico acuto, evento patologico che rientra nel gruppo delle cardiopatie ischemiche: prima causa di morte in Italia.

Ricoveri per infarto miocardico acuto: -7,6% in 6 anni

Dal confronto delle due edizioni del Programma Nazionale Esiti emerge anche un significativo calo dei ricoveri per infarto miocardico acuto, passati dai 123.833 del 2012 ai 114.407 del 2018. “Lo scarto è di quasi 10mila degenze con una riduzione del 7,6%, un dato che risalta anche in considerazione del fatto che l’invecchiamento progressivo della popolazione avrebbe potuto comportare un andamento di segno opposto”, spiegano gli autori del PNE 2019. “Questo risultato dipende in gran parte dalle strategie di prevenzione cardiovascolare e dalla consapevolezza sempre più diffusa dell’importanza di avere stili di vita corretti”, dice Marco Di Eusanio, Direttore della Cardiochirurgia dell’AOU Ospedali Riuniti di Ancona. “La riduzione dei ricoveri, in particolare per quanto riguarda gli infarti STEMI, i più urgenti, si deve molto anche all’efficacia dalla prevenzione farmacologica con statine, antiaggreganti e al miglior controllo dell’ipertensione arteriosa”, aggiunge Gian Piero Perna, Direttore del reparto di cardiologia del medesimo ospedale. Le procedure che, se eseguite tempestivamente, sono in grado di limitare gravi danni al cuore in caso d’infarto miocardico acuto sono l’angioplastica coronarica e il bypass aortocoronarico. A queste si ricorre, in presenza di indicazioni, anche in modo elettivo (cioè programmabile) su pazienti stabili.

Interventi di bypass in calo, angioplastica in aumento

Delle procedure di bypass aortocoronarico (isolato), secondo i dati disponibili, nel nostro Paese ci si avvale sempre meno: gli interventi da 14.939 nel 2012 sono infatti scesi a 13.248 nel 2018. “Questa riduzione si deve in parte all’aumento d’interventi di bypass non isolati, cioè eseguiti in combinazione con altri interventi vascolari, e in parte all’incremento delle procedure di angioplastica coronarica per il trattamento della coronaropatia ischemica”, spiegano gli autori del report PNE 2019. “Il bypass aortocoronarico resta comunque uno degli interventi più eseguiti in cardiochirurgia. Rispetto all’angioplastica coronarica, nei pazienti con severa e diffusa coronaropatia, diabete mellito, ridotta funzione contrattile del cuore e in presenza di complicanze come la restenosi intrastent, cioè il riformarsi del restringimento nel punto dove è stato impiantato uno stent, è associato a migliori risultati in termini di sopravvivenza e a un minor rischio di successivi eventi cardiaci e re-interventi”, precisa Marco Di Eusanio.

Riguardo all’angioplastica coronarica si registra, invece, un aumento degli interventi, passati da 112.919 nel 2012 a 123.935 nel 2018 (il dato della Sicilia è stato escluso dal calcolo per poter operare un confronto tra il 2012 e il 2018 visto che il PNE 2019, relativo al 2018, non lo comprende).

“Va detto che durante la prima ondata Covid-19, il ricorso a queste procedure salvavita – angioplastica e bypass – è calato in modo significativo in tutta Italia specialmente nei territori più colpiti, dove la riduzione è stata anche del 40%. A diminuire sono stati soprattutto gli interventi elettivi-programmabili. Inoltre, è aumentato del 39% circa il tempo intercorso tra l’inizio dei sintomi di un IMA e la riapertura della coronaria. Per paura di contrarre il virus tanti cardiopatici hanno ritardato o rinunciato all’accesso in pronto soccorso: i ricoveri per infarto – in base allo studio della SIC – sono infatti diminuiti del 60% circa. La raccomandazione a quanti in questa seconda ondata della pandemia si dovessero trovare in una situazione simile è di contattare immediatamente il 118. Le chiamate per sintomi cardiaci al numero di emergenza, secondo quanto riferisce l’Agenzia Regionale di Sanità Toscana, si sono infatti ridotte progressivamente a partire da fine febbraio 2020”, dice Gian Piero Perna.

 

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