dopo 11 anni la verità

L’omicidio Moro commesso con finalità mafiose: “Stessi metodi di camorra e ‘ndrangheta”

La vittima antagonista dei rom, lo scontro con Ciarelli, l'alleanza per farlo fuori

LATINAMassimiliano Moro aveva deciso di uccidere Ferdinando,  Carmine e Luigi  Ciarelli, gli esponenti apicali del noto clan rom stanziale a Latina, per sostituirsi a loro nella gestione degli affari sporchi, ormai  capo del gruppo criminale antagonista. Per questo venne giustiziato con un colpo in testa e uno alla nuca, mentre era di spalle nella sua casa di Largo Cesti e preparava il caffè ai suoi assassini. Era a sera del 25 gennaio 2010, le 21,20 circa, poco più di 12 ore dopo l’agguato a Carmine Ciarelli avvenuto davanti al bar del Pantanaccio: mandante Moro.

Gli arresti eseguiti questa mattina dalla squadra Mobile, al termine di un’inchiesta coordinata dalla Dda di Roma, nei confronti di Ferdinando Ciarelli detto Furt, di Ferdinando Macù Ciarelli, figlio di Carmine, e dei generi dei due fratelli di Carmine, Andrea Pradissitto, compagno della figlia di Furt e Simone Grenga, compagno della figlia di Luigi Ciarelli, chiudono il cerchio sulla cosiddetta Guerra Criminale esplosa a Latina nel 2010.

Le richieste dei magistrati dell’antimafia, dell’Aggiunto Ilaria Calò e dei sostituti  Corrado Paganelli e Luigia Spinelli, erano state emesse a maggio scorso dopo le dichiarazioni dei pentiti e i riscontri degli investigatori della Questura di Latina guidati dal dirigente Giuseppe Pontecorvo che ha chiuso il caso, quello che sei anni fa non fu possibile. Dopo i fatti, infatti, era stata la squadra mobile con i dirigenti Tatarelli prima e Niglio poi, ad arrivare vicinissima alla verità, riuscendo a ricostruire il quadro, ma il gip allora non considerò sufficienti gli indizi di colpevolezza e il 15 gennaio del 2015 emise il decreto di archiviazione. Oggi, l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Francesco Patrone è stata notificata ai quattro: due già detenuti, uno agli arresti domiciliari a Pescara e uno libero.

Undici lunghi anni di indagini che sono serviti a ricostruire nei dettagli la guerra criminale che ha lasciato sul campo altri morti e feriti (l’omicidio di Fabio Buonamano e il ferimento di  Fabrizio Marchetto e Gianfranco Fiori solo per citare i fatti più eclatanti), ma soprattutto a provare come a Latina sia nata e si sia affermata un’organizzazione di stampo mafioso, che ha agito con le stesse modalità e gli stessi schemi di quelle storiche, mafia, camorra e n’drangheta, anche senza avere contatti con esse: la mafia pontina.

Ma chi era Moro? Quali equilibri si ruppero nel 2010? Che ruoli ebbero gli arrestati nel delitto? E quali effetti ebbe sulla geografia criminale di Latina, quell’omicidio? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Pontecorvo, dirigente della squadra Mobile di Latina  

 

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