CRONACA
Primo dell’Anno in Cattedrale, il vescovo: “A Latina siamo tutti immigrati”
LATINA – «Migranti e rifugiati sono uomini e donne in cerca di pace» e noi qui, a Latina, siamo tutti immigrati. Questa, l’estrema sintesi del messaggio del vescovo Mariano Crociata nella cattedrale di S. Marco, nella solennità di Maria Santissima Madre di Dio. Come da tradizione, durante la celebrazione, è stato presentato alle autorità politiche e istituzionali pontine il Messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale della Pace
Nel corso della sua omelia, il vescovo Crociata, ha ricordato le «quattro pietre miliari» che papa Francesco indica per affrontare il fenomeno migratorio oggi, e cioè: accogliere, proteggere, promuovere, integrare, aggiungendo che «il nostro territorio, sia diocesano che provinciale, è per circa la metà il risultato di ondate cicliche di immigrazione, di differente entità numerica, che durano fino ad oggi… Per qualcuno può non essere facile riconoscerlo, ma la realtà è che qui siamo tutti degli immigrati». Proseguendo, ha voluto portare all’attenzione dei fedeli e della città, una serie di riflessioni sulla situazione locale pontina e su quella più generale indicata dal Messaggio del Pontefice.
L’OMELIA – IL TESTO INTEGRALE –
Nel riservare la nostra attenzione alla 51a Giornata della pace e al Messaggio che papa Francesco ha indirizzato per l’occasione, non dimentichiamo che oggi, a otto giorni dal Natale, la Chiesa celebra Maria, la madre di Gesù, invocandola come Madre di Dio, non solo il più antico ma anche il principale titolo mariano, dal momento che tutto quanto possiamo dire di Maria discende dalla sua maternità, che ha reso possibile l’incarnazione del Verbo.
L’inizio del nuovo anno solare, poi, è un invito a riconoscere la preziosità del tempo della nostra vita che scorre inesorabilmente e, a maggior ragione, chiede di essere vissuto bene e intensamente. E la pace è senza dubbio una condizione imprescindibile per vivere bene. Senza di essa tutto è compromesso, il benessere materiale, la salute, la serenità dei rapporti umani, la pratica religiosa, la possibilità di dedicarsi a tutto ciò che eleva la persona e la società.
Quest’anno il tema scelto dal Papa è: Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace. In esso il Papa richiama le cause degli imponenti movimenti migratori che si verificano da alcuni decenni a questa parte, invita ad assumere uno «sguardo contemplativo» per capire ciò che sta avvenendo, suggerisce quelle che chiama «quattro pietre miliari» nell’affrontare il fenomeno, e cioè: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. Infine avanza la proposta di due patti internazionali.
Fanno impressione le cifre che il Messaggio riporta: circa 250 milioni di migranti, dei quali 22 milioni e mezzo sono rifugiati: fenomeni di proporzioni enormi. Il Papa non predica una accoglienza priva di criteri e di limiti; invita, invece, i governanti a usare la virtù della prudenza, perché devono aver cura del bene di tutti, a cominciare dai propri cittadini, dei quali «devono assicurare i giusti diritti e lo sviluppo armonico» (n. 1). Osserva che il fenomeno non è destinato ad esaurirsi nel breve periodo e che spesso viene strumentalizzato sfruttando e alimentando paure irrazionali. Ricorda che i migranti in molti casi portano, dove giungono, anche ricchezza umana, professionale e culturale. Infine incoraggia a «spingere le politiche di accoglienza fino al massimo dei “limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso”» (n. 3).
Il tema migranti è uno di quelli più difficili da portare a un tavolo di discussione, di questi tempi. Suscita forti reazioni emotive, non solo contro ma anche a favore, impedendo di svolgere una riflessione pacata e oggettiva. Naturalmente, non abbiamo nessun interesse ad alimentare polemiche inutili e a metterci sulla scia del chiacchiericcio di cui sono pieni i mezzi di comunicazione. Non vogliamo in alcun modo dare spazio a una informazione approssimativa o falsa, e nemmeno alla denigrazione o, all’opposto, al vittimismo indulgente. Credo sia nostro interesse cercare di capire il senso di ciò che sta accadendo, per rispondervi in maniera responsabile e adeguata.
La prima riflessione che vi propongo è di carattere storico. Il nostro territorio, sia diocesano che provinciale, è per circa la metà il risultato di ondate cicliche di immigrazione, di differente entità numerica, che durano fino ad oggi. Si comincia negli anni trenta del secolo scorso con i veneti e i friulani e poi con gli emiliano-romagnoli; subito dopo la guerra è la volta dei giuliano-dalmati dell’Istria, a cui risale il Villaggio Trieste, ma anche di popolazione dal Sud della provincia e dal frusinate; negli anni cinquanta e sessanta è la volta di immigrati dalle regioni meridionali, ma anche di quadri e dirigenti dal Settentrione; dagli anni cinquanta a tutti gli ottanta il campo Rossi Longhi accoglie profughi dell’Europa dell’Est, da oltre la cosiddetta Cortina di ferro, e poi anche dall’Estremo Oriente. Al 1970 risale l’ondata di profughi di origine italiana dalla Libia, mentre negli anni Ottanta è la volta dei sikh del Punjab, la cui comunità è diventata la seconda per grandezza in Italia. Quella a cui assistiamo da oltre dieci anni è cronaca di questi giorni.
Per qualcuno può non essere facile riconoscerlo, ma la realtà è che qui siamo tutti degli immigrati. Ciò non significa che bisogna accettare passivamente ciò che accade e che non ci vogliano criteri per affrontare le nuove ondate di immigrazione o che le istituzioni abbiano mancato di dare segnali importanti in tal senso. Significa invece che più che chiudere gli occhi e pensare di alzare steccati e di trincerarsi entro recinti di fronte a ciò che avanza, illudendosi di proteggersi dal cambiamento e di trovare così sicurezza, bisogna affrontare la realtà. Anche perché, rimuovere i problemi è il modo migliore per farli diventare più grandi di quanto già non siano. Da questo punto di vista, la situazione è paradossale, perché di fatto il nostro è un Paese nel quale l’integrazione sociale, economica e culturale di tanti stranieri, è un fatto non solo pacifico ma benefico e, ciononostante, da molte parti si proietta un fotogramma ormai largamente datato, poiché una Italia solo di italiani non esiste più da tempo, dal momento che con noi vivono quasi cinque milioni di stranieri. Razionalizzare e gestire è la vera esigenza, non esorcizzare e demonizzare.
Non esorcizzare e non demonizzare significa affrontare innanzitutto il nodo psicologico che ci soffoca. Tante nostre paure non sono senza fondamento: la nostra vita è sottoposta a una serie continua di cambiamenti, tutto si fa più precario, le minacce sembrano aumentare, la stessa sicurezza economica traballa anche là dove erano state raggiunte posizioni ritenute stabili, per non parlare delle trasformazioni tecniche e scientifiche a tutti i livelli. Si diffonde un senso di insicurezza che non riusciamo a controllare e ci illudiamo di annullarlo scaricandolo tutto su un capro espiatorio. Ma le risposte semplicistiche sono anche le più ingannevoli e fasulle, perché danno un falso senso di sicurezza, salvo lasciare irrisolti nodi e problemi. Non bisogna credere a quelli che dicono che se non ci fossero stranieri le cose andrebbero meglio; non ci vuol molto a rendersi conto che invece i problemi nel nostro Paese sarebbero ben maggiori, considerati anche solo due aspetti, come la produzione di ricchezza e la natalità. L’unica via da percorrere per vincere la paura e la logica del capro espiatorio è difficile e lunga, ma è quella giusta: capire, cercare insieme soluzioni, superare divisioni, promuovere collaborazioni.
La questione immigrati non può essere affrontata isolandola dalle altre che ci assillano. In particolare nel nostro territorio essa equivale ad affrontare la questione che noi abbiamo con la nostra storia e con la nostra configurazione attuale. Il carattere composito della popolazione pontina presenta sia problemi che potenzialità. Il positivo è evidente nella vitalità che le nostre comunità sono state e sono ancora in grado di esprimere; il difficile sta nel formarsi una identità che è ancora di là da venire, nel creare una narrazione condivisa, una coscienza di appartenenza, un progetto comune che nasca dalla nostra gente e porti a espressione e realizzazione le sue peculiarità e le tipicità di questo territorio. Cercare fuori di noi le cause della mancata riuscita, oltre ad essere alquanto puerile, ha l’effetto di ritardare ulteriormente l’individuazione di soluzioni e l’avvio di percorsi virtuosi. Se noi non riusciremo a integrarci tra di noi, non sapremo gestire la presenza di nuovi immigrati. Ma se non proveremo ad affrontare la questione immigrazione, vorrà dire che non avremo voluto affrontare il nodo della formazione della nostra identità e non avremo intrapreso per davvero un percorso coerente e unitario di sviluppo non solo socio-economico, ma anche umano e culturale. Può sembrare strano, in un tempo di frammentazione e di dispersione, sentire un appello all’identità e alla cooperazione; la verità è che, anche in un tempo come questo, senza ideali condivisi, senza progetti comuni e volontà di realizzarli insieme, qualsiasi comunità o collettività è destinata all’anomia, alla dispersione e alla decadenza. Ci vuole qualcuno che pensi a un progetto di comunità, di città e di territorio, e che coinvolga attorno ad esso persone, passioni, idealità e interessi. Allora ci sarà posto per tutti, anche per i nuovi immigrati che vogliano fermarsi qui da noi.
Come avete ascoltato, non ho messo in campo argomenti religiosi, anche se essi sono alla base e nelle motivazioni del mio dire. Sarebbe facile, peraltro, elencare tutta una serie di riferimenti biblici a supporto del discorso sui migranti. Basti ricordare che il popolo eletto è il prodotto di un lungo e faticosissimo cammino esodale, di emigrazione; basti soprattutto richiamare che Gesù è un emigrato e sarà sempre un itinerante senza patria e senza casa. Su una cosa, invece, voglio soprattutto insistere e chiudere. La dico con una parola fortemente evocativa: compassione. Che cosa ha fatto il Figlio di Dio venendo al mondo in Gesù? Semplicemente ha sentito compassione nei confronti di un’umanità desolata e smarrita, a cominciare dallo stesso popolo eletto, e ha scelto di venire in aiuto condividendo la nostra condizione, caricando anche lui su di sé le conseguenze di un male e di un peccato che lui aveva subito piuttosto che commesso. Questo è il senso dell’incarnazione; questo è il senso del Natale. Gesù ha abbracciato la nostra sofferenza, senza averne motivo e necessità, ma solo per amore compassionevole e gratuito, volendo aiutarci a sopportare, a combattere e a vincere il male. La compassione, che in Dio è una dimensione della misericordia, è un tratto essenziale e tipico del cristiano: chi vuole essere come Gesù e suo discepolo, cominci con il sentire, come lui, pena e compassione per quanti si trovano nel dolore e nella disperazione. Non dimentichiamo che Gesù ha detto che quanto fatto a uno che sta male, egli lo prende come fatto a sé personalmente. Ebbene, il sintomo più grave del nostro malessere spirituale, che poi diventa anche disagio sociale e morale, è la perdita della capacità di provare compassione. Le tragedie che vivono gli immigrati sono inaudite e inimmaginabili. La cosa più grave che ci sta capitando è l’indifferenza nella quale cade questa massa incommensurabile di dolore e di disperazione. Da qui bisogna ricominciare, dal recupero della sensibilità umana elementare, dalla capacità di sentire pena e compassione di fronte al dolore indicibile di tanti disperati.
CRONACA
Rafforzamento della sicurezza a San Felice Circeo, controlli straordinari anche in periferia
Controlli straordinari del territorio a San Felice Circeo per contrastare i reati predatori e rafforzare la sicurezza urbana. L’operazione, coordinata dalla Polizia di Stato nelle giornate del 18 e 19 giugno, ha coinvolto anche il Reparto Prevenzione Crimine Lazio, la Guardia di Finanza, la Polizia Provinciale e la Polizia Locale.
L’attività è stata disposta in seguito alle decisioni assunte dal Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica convocato in Prefettura a Latina, dopo l’aumento dei furti registrato sul territorio nelle ultime settimane.
Nel corso dei controlli sono state identificate 448 persone, di cui 60 con precedenti di polizia e 25 cittadini stranieri. Verificati anche 264 veicoli e contestate sei violazioni al Codice della Strada.
Particolare attenzione è stata riservata alle aree considerate più sensibili e alle zone periferiche del comune, con un rafforzamento della presenza delle forze dell’ordine sul territorio.
La Questura di Latina ha annunciato che i controlli proseguiranno anche nelle prossime settimane con ulteriori servizi straordinari finalizzati alla prevenzione dei reati e al rafforzamento della sicurezza pubblica.
CRONACA
Aprilia, emerse irregolarità durante i controlli della Polizia nei locali
Controlli della Polizia di Stato in un locale di pubblico spettacolo ad Aprilia. Le verifiche, disposte dalla Questura di Latina nell’ambito delle attività di controllo amministrativo sugli esercizi pubblici della provincia, hanno portato all’accertamento di diverse irregolarità.
L’intervento è stato effettuato dagli agenti del Commissariato di Aprilia con il supporto della Divisione Polizia Amministrativa e Sociale della Questura, a seguito di numerose segnalazioni dei residenti che lamentavano disturbi alla quiete pubblica e disagi legati alla presenza di numerosi avventori.
Durante il controllo sono state identificate oltre trenta persone, alcune delle quali con precedenti di polizia. Gli accertamenti hanno evidenziato diverse violazioni, tra cui l’attività di somministrazione di alimenti e bevande senza le necessarie autorizzazioni, irregolarità in materia di impatto acustico e gestione dell’impianto di diffusione sonora, oltre a carenze nella documentazione e nell’organizzazione del circolo privato.
Le violazioni sono state contestate ai responsabili. Gli esiti dell’ispezione saranno trasmessi al Comune di Aprilia per le valutazioni di competenza e per l’eventuale adozione di ulteriori provvedimenti amministrativi, che potrebbero arrivare fino alla sospensione o alla revoca delle autorizzazioni.
Sono in corso ulteriori approfondimenti per verificare il possesso dei requisiti necessari alla prosecuzione dell’attività.
CRONACA
Latina, tenta di forzare un garage condominiale: denunciato 46enne dai Carabinieri
Nella notte di ieri, i Carabinieri della Sezione Radiomobile della Compagnia di Latina hanno denunciato in stato di libertà un cittadino romeno di 46 anni, residente nel capoluogo pontino e già noto alle forze dell’ordine, ritenuto responsabile del reato di tentato furto aggravato. L’intervento è scattato a seguito di una segnalazione giunta al 112 NUE, che indicava la presenza sospetta di due persone all’interno dell’area garage di un condominio situato in via Tommaseo. Giunti tempestivamente sul posto, i militari hanno individuato il 46enne che, alla vista della pattuglia, ha tentato di nascondersi all’interno di una cantina. Dagli accertamenti preliminari è emerso che l’uomo avrebbe poco prima tentato di forzare la serranda di un box auto utilizzando una cesoia e una tenaglia, causando danni alla struttura.
Nel corso della perlustrazione dell’area, i Carabinieri hanno inoltre rinvenuto e sequestrato diversi strumenti ritenuti compatibili con l’attività illecita, tra cui un taglierino, una torcia e un paio di guanti. Al termine delle operazioni, l’uomo è stato denunciato all’Autorità Giudiziaria competente per tentato furto aggravato. Sono tuttora in corso indagini per risalire all’identità del secondo soggetto segnalato.
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Germano Buonamano Mancaniello
2 Gennaio 2018 at 9:17
Nonno combatté una guerra tra le guerre più assurde cmq combattute se non era per gli alleati forse io non ero nemmeno vivo Santi Cosma e Damiano e Lauro di Sessa Aurunca ne portano ancor tutt’oggi i segni, siamo tutti migranti sono d’accordo, ma signor Vescovo quando ad oggi sento che Cardinal Bertone cammina su di un pavimento che costa euri trecento cinquanta mila solo il pavimento, mi chiedo come mai sia possibile che tutt’oggi nove milioni di persone umane in Italia rischiano di morire di fame e di sete forse perché Cardinal Bertone vive dentro un attico costato settecento mila euri ed in Roma ci sono altri 30 Cardinali che vivono in attici faraonici con sotto i loro occhi i senzatetto. Io sono scemo!.
Germano Buonamano Mancaniello
2 Gennaio 2018 at 9:26
Siamo tutti migranti e tte credo, in Italia solo in quel di Trapani ci sono trenta loggie massoniche figuriamoci quante ce ne sono sparse in giro per L’Italia. Se solo pensiamo che un tempo il tesoro del Capo dei Capi fu nascosto all interno di una chiesa sconsacrata custodito da un prete, allora io mi chiedo ma per chi liberò la mia patria l’alleato, per quale motivo combatté mio Nonno?. Siamo tutti migranti da un centro di accoglienza in Italia risultano sparire ventinove minorenni al giorno, dove finiscono?, perché il parroco del centro di accoglienza sito in quel di Caporizzuto al migrante dentro il centro di accoglienza donava loro il cibo che nemmeno i maiali mangiano?, perché i soldi finanziati e pubblici sono finiti inguattati in Banche Svizzere?.
Luciano Grigio
2 Gennaio 2018 at 9:59
Certo , anche gli astronauti americani sbarcati sulla Luna.
Raffaele Granato
2 Gennaio 2018 at 11:45
Con volontà oppure nel modo del tutto naturale sono diventati dei politici “non è che prima non lo erano ,adesso sono appoggiati dal capo, quindi sono diventati tutti impavidi” questi ha fatto un comizio preelettorale.
Matteo Pralo Ciaravino
2 Gennaio 2018 at 12:41
Bistecche tuaaaa
Andrea Tiresia
2 Gennaio 2018 at 14:13
Vai a lavorareeeeee
Pierluigi Manetti
2 Gennaio 2018 at 15:57
Dimettiti…..
Simone Il Noga Nogarotto
2 Gennaio 2018 at 16:39
Ma de che?!
Paolo Fimognari
2 Gennaio 2018 at 17:23
oerdonali..non sanno quello che dicono e fanno…
Roberta Valente
2 Gennaio 2018 at 19:16
Ma sarai tu immigrato
Diego Diego Armadio
2 Gennaio 2018 at 19:19
Infatti apri le porte del vescovo che ai una reggia e ci vivi da solo tu insieme ai salesiani
Marco
2 Gennaio 2018 at 22:18
Scrissero le porte del Vaticano così da portarli tutti a casa loro… Preti a scrocco sul territorio italiano e parlano pure. Il primo da mandare a calci in vuoi in Africa è il papa!
Rita Magni
3 Gennaio 2018 at 0:04
Per questo non vado a perdere tempo ad ascoltarlo… Li accogliesse in curia!