RADIO LIBERA
La bellezza dell’Italia e la bruttezza dell’ arrendevolezza
LATINA – Ho pensato molto alla bellezza in questi giorni. Alla bellezza dei tramonti, del mare, dei luoghi, alla necessità di viverli a volte per sopravvivere all’inverno, al lavoro, al quotidiano.
Ho pensato alla necessità che l’uomo ha di bellezza per nutrire quella parte più intima che produce buone cose, buone azioni, buoni sentimenti.
Ho pensato in questi giorni alla bellezza ogni volta mi sono trovata in diversi luoghi d’Italia, dal Nord, al sud, dalle montagne, al lago, al mare, dove sono ora nel momento in cui vi parlo.
L’Italia è un luogo in cui la bellezza è prepotente, non ha bisogno di niente, in cui anche l’uomo nei secoli ha realizzato opere straordinarie che ancora oggi ammiriamo e che sono cornice della bellezza naturale. Luoghi di cui mi sono nutrita in questi giorni, che mi hanno emozionata oltre ogni limite, che hanno compensato a volte il dolore che si prova affrontando alcuni argomenti. Ma l’uomo può sopportare questa beatitudine senza provare quasi un dolore? L’infinito? Gli orizzonti? La luce totale? La bellezza senza confini? L’amore profondo? La brezza che viene dal mare e scompiglia i capelli? I silenzi sconfinati? I suoni della natura? La solitudine che dà pace?
Fa quasi male vedere questo mare, questo cielo, sentire questa vertigine… è un dolore acuto dettato dall’estremo piacere…
Eppure mi domando, quanto male fa la bruttezza? Quanto male fanno le case fatiscenti, i palazzoni, l’amianto, quell’umido triste di certi quartieri, quell’umido che si appiccica addosso come a Scampia, quel senso di sporco che si respira dove vive il male. Quanto male fa crescere in contesti malavitosi? Quanto male fa avere in casa morti ammazzati, prepararsi ogni mese per andare a trovare il figlio in carcere? stirare le camice per il padre che è lontano da casa, non abbracciare un figlio perché è al 416bis? Che male fa sentire i bambini che a 11 anni di fronte a loro vedono solo il carcere e sentire bambini delle scuole medie che ti dicono che pagare il pizzo è normale. Quanto male fa giocare a pallone in mezzo alle siringhe, al cemento, alle urla delle sentinelle, a parole violente? Quanto male fa sentire ragazze che dicono di avere ormai 17 anni? Quanto male fa sentire persone che non pensano di essere nate libere, ma di essere destinate a qualcosa che non conoscono ma che sarà loro imposto?
Perché per loro la bellezza non esiste? Perché a loro è preclusa? Da chi? È forse anche colpa nostra? È la bellezza un privilegio di cui godiamo inconsapevolmente e senza rendercene conto? Guardo i turisti in questi giorni: loro non lo sanno che i loro occhi guardano panorami che non tutti possono osservare. Non lo sanno che c’è chi pensa che Secondigliano sia troppo lontano da Napoli centro, non lo sanno che c’è chi non ha libertà di scegliere dove andare.
Cosa possiamo fare allora? Come rendere consapevoli coloro che non sanno? Come portare la bellezza a quei bambini? Come portare la bellezza in quelle terre nate libere e deprivate dal male? È nostra la responsabilità. Siamo noi che dobbiamo andare lì e usare la parola. È chi ha di più che deve portarli lontano da lì, creare gemellaggi e reti. Siamo anche noi i responsabili di quella bellezza rubata…
AUDIO
Suoniamo all’unisono
LATINA – Stamattina avrei voluto parlarvi di Palermo e di quella orchestra multiculturale Quattrocanti formata da una cinquantina di giovani di quartieri come la Vucciria e Ballaró. Quartieri difficili, storie difficili di cui i ragazzi dell’orchestra e noi ci dimentichiamo grazie alla musica. Avrei voluto raccontarvi di come il teatro Politeama dà gratuitamente gli strumenti a questi giovanissimi, offrendogli una grande occasione di integrazione e, prima di tutto, di conoscenza della bellezza. Di come quei ragazzi, suonando insieme sullo stesso palco, facciano dimenticare il colore della loro pelle e mostrino che le differenze non esistono. Che se ci sono occasioni di crescita, se ognuno ha una chance, se si crea una alternativa, intraprendere una strada diversa è possibile.
Ma poi ieri a Roma ho incontrato i famigliari di alcuni ragazzi ex tossicodipendenti che hanno intrapreso un percorso in comunità e allora ho deciso di condividere con voi quel momento. Di parlarvi di quelle madri presenti, in cammino anche loro, di come raccontano dei loro figli, delle scelte difficili e dell’uscita dalla droga; di quel padre che mi si è avvicinato con le lacrime agli occhi dicendomi che suo figlio a breve entrerà in comunità e che lui è un padre addolorato ma che ha capito che le ferite si curano con l’amore. E che è l’amore (la sua mancanza, la sua violazione) la ferita più grande. Per tutti. E che chi si droga è come un vaso che non si riempie mai. E che tutti noi siamo vasi e che ognuno prova a colmarsi come può. Che ognuno ha ferite e dipendenze più o meno lecite.
E che chi è diverso da noi è molto più simile a noi di quanto si pensi. E che non importa da che quartiere provieni. Perché prima di essere immagine di un quartiere, prima di essere uno stato sociale, un attestato di laurea, un conto in banca, una ‘razza’, un colore di pelle, una religione, siamo persone. Che dovrebbero provare a suonare tutte insieme, in una stessa orchestra. All’unisono.
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TREDICI REASONS WHY…
LATINA – Ci sono pareri discordanti su di lei. Lo dico in partenza. Ma “Tredici”, la serie tv che sta spopolando tra i ragazzi, credo sia da far vedere nelle scuole. Non solo: credo sia necessario che la vedano gli adulti. Perché sono spesso i primi ad ignorare cosa accade nel mondo dei giovanissimi, le dinamiche dei gruppi e a non essere in grado di leggere i segnali.
“Tredici” non è una ‘roba americana’, come si sente spesso dire dei prodotti americani, ma è la fotografia di una crudeltà che si manifesta sempre più spesso tra gli adolescenti, a parole, con i gesti e anche con l’uso delle nuove tecnologie che sembrano rendere tutto violabile e calpestabile. E allora che importa se una ragazza viene fotografata e se la foto la si fa girare in pochi minuti, dandola in pasto a chiunque? Che fa se la fine di un rapporto di coppia autorizza gli ex a far girare immagini che raccontano un momento d’amore che non c’è più? Che fa se questo provoca dolore, lacrime e anche un peso insopportabile? Che fa se, con parole pesanti, si deride qualcuno, il suo abbigliamento, una difficoltà nel parlare o un gusto sessuale? Che fa?
In fondo lo fanno spesso anche gli adulti. Perché i giovanissimi dovrebbero essere così diversi?
Siamo confusi. E’ evidente. E siamo confusi soprattutto sul senso della parola confine (perché far girare foto in modo non autorizzato è il superamento di un confine), quel limite invisibile che ci protegge dall’altro e che garantisce la libertà altrui e nostra. Il confine indica l’inizio di uno spazio inviolabile, nel quale c’è il diritto alla privacy, il rispetto dei minori, il rispetto delle diversità, delle minoranze, delle fasce deboli, di tutto ciò che c’è al di là di una porta che una persona decide di lasciare chiusa o decide di lasciare aperta. Una linea inviolabile che per colpa o grazie (dipende sempre dai punti di vista) ad internet, i social, abbiamo abbattuto, quasi legittimando qualsiasi forma di violazione. In fondo è solo un cellulare o un computer… Senza pensare che dietro e dentro questi strumenti c’è un mondo, lo stesso nel quale viviamo, un mondo fatto di persone e vite vere.
Siamo confusi. E’ evidente. Anche perché, a fronte di alcuni confini labili che ci fa comodo che siano tali anche per una forma di voyeurismo malato che ognuno di noi ha, pretendiamo confini laddove non dovrebbero esserci. Allora non ci preoccupiamo se girano immagini in modo non autorizzato e ci preoccupiamo di tracciare confini inesistenti… penso ai mari e alle montagne. Lo ricordava qualche tempo fa Erri De Luca al Salone del libro di Torino: i mari hanno sempre portato civiltà, tanto che Omero per indicare il mare usava l’espressione “una strada liquida”. Una strada… appunto. Non un confine invalicabile. E lo stesso vale per le montagne, quelle increspature della terra, che sono valichi, non muri insormontabili.
Se chiediamo a un ragazzo cosa è un confine ci dice quella sottile linea che separa un paese da un altro. Un muro in nome del quale ci si sente autorizzati a respingere chi vorrebbe passare, a fermare una civiltà che si muove…
Ma cosa è un confine in un social? Su un telefonino? In rete? C’è qualcuno in grado di difendere un confine in una terra che in fondo non esiste e che ognuno di noi rappresenta in modo diverso nella sua testa?
E’ questa confusione nella definizione di confine a generare altra confusione? Siamo noi adulti e i messaggi discordanti che diamo a spingere i giovani a violare i limiti invisibili? Siamo noi adulti per primi con i nostri gesti a non far passare il messaggio di rispetto dell’altro? Di confine tra educazione e maleducazione, tra interesse verso una persona o violazione di quella persona? Tra scherzo e violenza?
In Italia un adolescente su due è vittima di bullismo.
E l’età è quella compresa fra gli 11 e i 17 anni.
La scuola sta finendo. Ma la battaglia no. Vedetela questa serie con i vostri ragazzi, nel periodo estivo. Cercate il dialogo. E provate a capire le ragioni dei vostri adolescenti… qualsiasi esse siano. Prima che sia troppo tardi. Varcate con i vostri ragazzi i confini geografici, avventuratevi in terre selvagge, reali, e con le parole provate a trovare le ragioni di tanta violenza inspiegabile…
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E sono 26
LATINA – La nave della legalità è arrivata, la piazza è stata inaugurata, la commemorazione è stata apprestata. Tutto come sempre, ragazzi. Anche quest’anno ci ricorderanno così come è giusto che si faccia. Qualche giorno fa hanno pensato a te, Peppino, che te ne sei andato molto prima di noi, ma sempre nello stesso modo: un bel salto in aria e via. Sai che parlavamo di te a volte e anche degli altri, quelli eliminati prima di noi. E a volte dicevamo anche: che belli i ragazzi che non si dimenticano, ma che noia queste ricorrenze istituzionalizzate, politicizzate. Dicevamo anche: chissà cosa direbbe Peppino? E dicevamo: ma lo vedi quel tipo là che fa finta di commuoversi… sai che cosa combina ogni giorno? La cosa che ci faceva arrabbiare era il silenzio diffuso nel resto dell’anno o l’interesse intermittente o vedere che tutti pensavano che il problema fosse solo nostro, in Sicilia… Poi pian piano le cose sono cambiate. Anche grazie a noi. Eh sì, perché fino a quel 1992 la mafia c’era sì, ma era quella da film, quella con la coppola e la lupara, era quella che non toccava donne e bambini. Uccideva, certo, ma in fondo neanche poi tanto. E poi, tu Peppino, eri morto il giorno di Aldo Moro… pure questa cosa gli è andata bene alla mafia: quel giorno erano tutti presi da altro… figurati se potevano pensare a uno come te di un paesino piccolissimo in provincia di Palermo e che oltretutto era evidente che si fosse suicidato… ma grazie a noi l’Italia si è svegliata. Chi l’avrebbe detto? Ci siamo sentiti proprio importanti: che poi diciamolo è un po’ il modello italiano di riferimento… se muori, vali, se hai la scorta, vali, se ti arriva una minaccia vali. E noi, uomini e donne nell’ombra che di lavoro facciamo la scorta così abbiamo avuto i nostri cinque minuti di gloria… di cui ovviamente avremmo fatto volentieri a meno. Ma lo metti nel conto quando fai questo mestiere…
Ma una cosa ve la vogliamo dire… Lo sapete che da qui le cose si vedono proprio chiare? Si vede tutto. un po’ ci credevamo, ma non pensavamo fosse così. Che ridicoli che sono gli umani e che ridicoli questi mafiosi che muovono soldi, soldi a palate che non sanno neanche come usare, mentre ci sono bambini che muoiono di fame e che non possono neanche andare a scuola e ci sono i loro bambini che sono condannati già nella culla. Che ridicoli che sono: pur di dire di comandare vivono come topi. Che ridicoli, poi, che sono quelli che si rifanno la faccia diventando paladini di qualcosa… non perché ci credono profondamente. Che ridicoli i politici, i loro calcoli, i loro accordi, le facciate che non riescono più tanto a nascondere la vera natura. Ma, tranquilli, da qui il sottobosco si vede tutto: si vedono i volontari silenziosi, quelli che ci credono davvero, quelli che senza urlare ogni giorno provano a spostare un po’ più in là le cose, quelli che con la testa china leggono carte, studiano, intrecciano i dati. Non li vedi su nessun carroccio (ops lapsus freudiano), non li vedi con nessuna bandiera, non li vedi puntare un dito contro qualcuno, non urlano, non incalzano con violenza. Semplicemente fanno, lavorano onestamente, rispettano le regole, tendono la mano, non sottostanno alle regole del mercato e ci ricordano ogni giorno proprio comportandosi in questo modo. Non solo oggi ma da domani con ancora più forza. Perché siamo morti il 23 maggio, ma se non ci ricordate davvero, moriamo ogni giorno.
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