Gli antichi Romani coltivavano in Friuli la Vite Setina

La prova in un'etichetta di piombo risalente a 1900 anni fa

COMMODOSEZZE – Un’eccezionale scoperta resa nota dalla rivista «Archeologia Viva»riporta alla luce una vicenda legata ad antico vitigno pontino. Gli archeologi hanno scoperto infatti un’etichetta di piombo, spezzata in due tronconi, che circa 1900 anni fa era attaccata ad una botte per custodire il pregiato nettare di Bacco. E’ la prova che gli antichi Romani coltivavano in Friuli vitigni provenienti da Sezze per farne un vino di eccezionale qualità, esaltato anche  dai poeti latini.

Il ritrovamento –  illustra l’articolo pubblicato sul nuovo fascicolo della rivista «Archeologia Viva» –  è avvenuto durante l’ultima campagna di ricerche condotta dalla Società Friulana di Archeologia nel comune di Moruzzo (Udine), concentrata nella parte rustica di un complesso residenziale di età romana in località Muris di Prati. Nell’etichetta di piombo si legge la scritta: «Commodo et Ceriali / co(n)s(ulibus) vitis / Set[i]na» ovvero «sotto il consolato di Commodo e Ceriale, vite da Sezze». Rimane la traccia della borchia con cui l’etichetta era fissata a un contenitore forse in legno. La data (106 d.C.) si riferisce a una partita di piccole viti «viviradices» (barbatelle) di una qualità molto apprezzata già al tempo di Augusto. Il vitigno proveniva dalle campagne di Setia (Sezze, in provincia di Latina) nell’Agro Pontino, dove si produceva il Setinum, un vino dei più famosi, celebrato fra I e II sec. d.C. da Plinio il Vecchio, Marziale e Giovenale. Dunque, in età traianea, qualcuno acquistò il vitigno nel Lazio per il suo inserimento in territorio collinare del Friuli. Il rinvenimento dell’etichetta acquista maggiore significato se si pensa a un famoso editto di Domiziano (del 92, a quanto scrive Eusebio di Cesarea), che secondo Svetonio vietava d’impiantare (novellare) nuovi vigneti in Italia e imponeva di estirpare metà di quelli esistenti nelle province.

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