di e con Angela Iantosca

La dignità e il caso Riina

Riflessioni dopo la pronuncia della Cassazione

Dignità: “Condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e ch’egli deve a se stesso”. Questa la definizione dall’enciclopedia Treccani.
Si sta parlando molto in questi giorni di dignità. Di morte dignitosa. Ma cosa significa morire dignitosamente?
Significa saltare in aria con chili di tritolo? Significa dover scappare in Svizzera per porre fine alla propria vita ormai non più dignitosa? Significa attendere mesi prima di ottenere una visita in un ospedale rischiando di morire per una diagnosi tardiva? Significa perdere la coscienza di sé? Significa essere sciolto nell’acido da bambini?
E cosa significa vivere con dignità? Prima di morire dignitosamente non dovremmo anche preoccuparci di vivere in egual modo? Pensate a Socrate che, per vivere fino alla fine in modo coerente con la sua vita, accetta una condanna ingiusta perché rispettoso delle Leggi, sacrosante e superiori all’utilizzo che ne fa l’uomo.
Pensate a Panagulis che per cinque anni ha vissuto dignitosamente il carcere ingiusto imposto da una dittatura.
Pensate a Falcone e Borsellino che, nonostante la consapevolezza di ciò che sarebbe accaduto loro, sono andati avanti senza fermarsi.
Ma torniamo alla morte dignitosa. La richiesta non implica forse che morire in carcere non sia dignitoso? O non è un modo per dire che in carcere non ci sono strumenti, condizioni tali da poter dipartire dingitosamente?
Ma quindi, se questo è vero, non dovrebbe valere solo per il soggetto in questione, ma per tutti.
Quindi siamo tutti d’accordo con le denunce sulla non dignità della vita nelle carceri?
E quindi, per estensione, tutti dovrebbero, in condizioni simili se non peggiori a quelle del soggetto, morire dignitosamente in altro luogo, diverso dal carcere?
O la dignità riguarda solo il caso specifico?
Ovviamente avete capito che sto parlando del caso Riina tornato alla ribalta dopo che la Cassazione non ha accettato le motivazioni del Tribunale che ha respinto la richiesta di concessione di un luogo diverso per la detenzione per le condizioni di salute del condannato gravemente malato e la cui condizione attuale potrebbe incidere “sul superamento o meno di quel livello di dignità dell’esistenza che anche in carcere deve essere assicurato” (cito testualmente). Non solo “restando l’altissima pericolosità del detenuto Salvatore Riina e del suo indiscusso spessore criminale, il provvedimento non chiarisce, con motivazione adeguata, come tale pericolosità possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e del più generale stato di decadimento fisico dello stesso”.
Ma lo Stato non garantisce cure tempestive ai suoi condannati?
E si può rilasciare una persona che poco tempo fa ha pronunciato frasi di minaccia dal carcere e che ha avuto la possibilità di usare il sangue del suo sangue come megafono del suo pensiero addirittura in tv?
Quante sono le persone in carcere in fin di vita che dovrebbero uscire per avere cure migliori ma che non presentano nessuna istanza? Forse non lo fanno perché non sono persone… ‘interessanti’?
O forse tutte le dignità sono uguali ma alcune sono più uguali di altre?

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