RADIO LIBERA
Arriverderci (letto alla Stanlio e Olio)
LATINA – E niente, quando c’è lui, si ferma tutto. Anche il mio cervello, ipnotizzato dal botulino, dalle voci, assopito dalle sonorità e ridestato a tratti dalle congiunture della ballerina ultraottantenne che accompagna a passi di danza lo Stato Sociale (ma non si era esibita ad Italia’s Got Talent? Vedete che comunque sempre lo zampino della De Filippi c’è?). San Remo è quella immancabile sequela invariabile di lamenti e mal di pancia che mi riportano serenamente tra le braccia di Morfeo. Come riescono a fare anche i Pooh, smembrati in mille pezzi (non so se era meglio prima: una botta sola ed era finita…).
Però è una certezza il festival: come certo è che in questi giorni tutto si immobilizza, come certo è l’ospite nazionale che poiché canta all’estero diventa internazionale, ma che colpito tristemente nella voce viene ridotto ad un collegamento telefonico (non pensate di averla scampata, torna sabato), come certo è l’orecchino di Gazzè, gli occhiali di Ruggeri e di quelli che cantano con lui (i Decibel?). Come certa è la chioma rossa di Noemi, il turbante di Elio (ultima volta o no?) e l’immancabile e unico Peppe Vessicchio, il vero special guest.
Meno male che Fiorello c’è (ma presentarlo lui il festival no?) e anche la bionda svizzera che di bellezza e bravura la Natura la dotò e che rianimano un palco che rischierebbe il tracollo se fosse affidato solo all’imbalsamato Dittatore artistico (ma lo apprezziamo per lo sforzo, soprattutto durante le gag!).
San Remo ha questo potere incredibile. Distrae. Sembra quasi un sistema di distrazione di massa: per una settimana siamo ipnotizzati e non pensiamo ad altro se non agli abiti della bionda: non pensiamo alla ragazza fatta a pezzi, a Macerata e al gesto folle, non pensiamo più a Natalino e in fondo non ci importa neanche che non ci sono i carri a Latina la prossima settimana, e neanche della discarica di borgo Montello che è un po’ pienotta e che forse non riempiranno più e non pensiamo neanche alle elezioni (e in fondo male non fa visto il clima e la confusione generale) e non ci interessa neanche di sapere che fine faranno le pensioni e la Fornero (che imperterrita parla su La7 come ogni martedì sera… ).
Chiudo con Elio e le sue eterne parole che ricorderemo sempre in questa edizione: “Siamo al tramonto… siamo ai titoli di coda di una scelta artistica di origine domestica… si chiude così una storia unica che ha una fine drastica”… magari se si fossero sciolti un po’ prima di San Remo sarebbe stato meglio.
AUDIO
Suoniamo all’unisono
LATINA – Stamattina avrei voluto parlarvi di Palermo e di quella orchestra multiculturale Quattrocanti formata da una cinquantina di giovani di quartieri come la Vucciria e Ballaró. Quartieri difficili, storie difficili di cui i ragazzi dell’orchestra e noi ci dimentichiamo grazie alla musica. Avrei voluto raccontarvi di come il teatro Politeama dà gratuitamente gli strumenti a questi giovanissimi, offrendogli una grande occasione di integrazione e, prima di tutto, di conoscenza della bellezza. Di come quei ragazzi, suonando insieme sullo stesso palco, facciano dimenticare il colore della loro pelle e mostrino che le differenze non esistono. Che se ci sono occasioni di crescita, se ognuno ha una chance, se si crea una alternativa, intraprendere una strada diversa è possibile.
Ma poi ieri a Roma ho incontrato i famigliari di alcuni ragazzi ex tossicodipendenti che hanno intrapreso un percorso in comunità e allora ho deciso di condividere con voi quel momento. Di parlarvi di quelle madri presenti, in cammino anche loro, di come raccontano dei loro figli, delle scelte difficili e dell’uscita dalla droga; di quel padre che mi si è avvicinato con le lacrime agli occhi dicendomi che suo figlio a breve entrerà in comunità e che lui è un padre addolorato ma che ha capito che le ferite si curano con l’amore. E che è l’amore (la sua mancanza, la sua violazione) la ferita più grande. Per tutti. E che chi si droga è come un vaso che non si riempie mai. E che tutti noi siamo vasi e che ognuno prova a colmarsi come può. Che ognuno ha ferite e dipendenze più o meno lecite.
E che chi è diverso da noi è molto più simile a noi di quanto si pensi. E che non importa da che quartiere provieni. Perché prima di essere immagine di un quartiere, prima di essere uno stato sociale, un attestato di laurea, un conto in banca, una ‘razza’, un colore di pelle, una religione, siamo persone. Che dovrebbero provare a suonare tutte insieme, in una stessa orchestra. All’unisono.
AUDIO
TREDICI REASONS WHY…
LATINA – Ci sono pareri discordanti su di lei. Lo dico in partenza. Ma “Tredici”, la serie tv che sta spopolando tra i ragazzi, credo sia da far vedere nelle scuole. Non solo: credo sia necessario che la vedano gli adulti. Perché sono spesso i primi ad ignorare cosa accade nel mondo dei giovanissimi, le dinamiche dei gruppi e a non essere in grado di leggere i segnali.
“Tredici” non è una ‘roba americana’, come si sente spesso dire dei prodotti americani, ma è la fotografia di una crudeltà che si manifesta sempre più spesso tra gli adolescenti, a parole, con i gesti e anche con l’uso delle nuove tecnologie che sembrano rendere tutto violabile e calpestabile. E allora che importa se una ragazza viene fotografata e se la foto la si fa girare in pochi minuti, dandola in pasto a chiunque? Che fa se la fine di un rapporto di coppia autorizza gli ex a far girare immagini che raccontano un momento d’amore che non c’è più? Che fa se questo provoca dolore, lacrime e anche un peso insopportabile? Che fa se, con parole pesanti, si deride qualcuno, il suo abbigliamento, una difficoltà nel parlare o un gusto sessuale? Che fa?
In fondo lo fanno spesso anche gli adulti. Perché i giovanissimi dovrebbero essere così diversi?
Siamo confusi. E’ evidente. E siamo confusi soprattutto sul senso della parola confine (perché far girare foto in modo non autorizzato è il superamento di un confine), quel limite invisibile che ci protegge dall’altro e che garantisce la libertà altrui e nostra. Il confine indica l’inizio di uno spazio inviolabile, nel quale c’è il diritto alla privacy, il rispetto dei minori, il rispetto delle diversità, delle minoranze, delle fasce deboli, di tutto ciò che c’è al di là di una porta che una persona decide di lasciare chiusa o decide di lasciare aperta. Una linea inviolabile che per colpa o grazie (dipende sempre dai punti di vista) ad internet, i social, abbiamo abbattuto, quasi legittimando qualsiasi forma di violazione. In fondo è solo un cellulare o un computer… Senza pensare che dietro e dentro questi strumenti c’è un mondo, lo stesso nel quale viviamo, un mondo fatto di persone e vite vere.
Siamo confusi. E’ evidente. Anche perché, a fronte di alcuni confini labili che ci fa comodo che siano tali anche per una forma di voyeurismo malato che ognuno di noi ha, pretendiamo confini laddove non dovrebbero esserci. Allora non ci preoccupiamo se girano immagini in modo non autorizzato e ci preoccupiamo di tracciare confini inesistenti… penso ai mari e alle montagne. Lo ricordava qualche tempo fa Erri De Luca al Salone del libro di Torino: i mari hanno sempre portato civiltà, tanto che Omero per indicare il mare usava l’espressione “una strada liquida”. Una strada… appunto. Non un confine invalicabile. E lo stesso vale per le montagne, quelle increspature della terra, che sono valichi, non muri insormontabili.
Se chiediamo a un ragazzo cosa è un confine ci dice quella sottile linea che separa un paese da un altro. Un muro in nome del quale ci si sente autorizzati a respingere chi vorrebbe passare, a fermare una civiltà che si muove…
Ma cosa è un confine in un social? Su un telefonino? In rete? C’è qualcuno in grado di difendere un confine in una terra che in fondo non esiste e che ognuno di noi rappresenta in modo diverso nella sua testa?
E’ questa confusione nella definizione di confine a generare altra confusione? Siamo noi adulti e i messaggi discordanti che diamo a spingere i giovani a violare i limiti invisibili? Siamo noi adulti per primi con i nostri gesti a non far passare il messaggio di rispetto dell’altro? Di confine tra educazione e maleducazione, tra interesse verso una persona o violazione di quella persona? Tra scherzo e violenza?
In Italia un adolescente su due è vittima di bullismo.
E l’età è quella compresa fra gli 11 e i 17 anni.
La scuola sta finendo. Ma la battaglia no. Vedetela questa serie con i vostri ragazzi, nel periodo estivo. Cercate il dialogo. E provate a capire le ragioni dei vostri adolescenti… qualsiasi esse siano. Prima che sia troppo tardi. Varcate con i vostri ragazzi i confini geografici, avventuratevi in terre selvagge, reali, e con le parole provate a trovare le ragioni di tanta violenza inspiegabile…
AUDIO
E sono 26
LATINA – La nave della legalità è arrivata, la piazza è stata inaugurata, la commemorazione è stata apprestata. Tutto come sempre, ragazzi. Anche quest’anno ci ricorderanno così come è giusto che si faccia. Qualche giorno fa hanno pensato a te, Peppino, che te ne sei andato molto prima di noi, ma sempre nello stesso modo: un bel salto in aria e via. Sai che parlavamo di te a volte e anche degli altri, quelli eliminati prima di noi. E a volte dicevamo anche: che belli i ragazzi che non si dimenticano, ma che noia queste ricorrenze istituzionalizzate, politicizzate. Dicevamo anche: chissà cosa direbbe Peppino? E dicevamo: ma lo vedi quel tipo là che fa finta di commuoversi… sai che cosa combina ogni giorno? La cosa che ci faceva arrabbiare era il silenzio diffuso nel resto dell’anno o l’interesse intermittente o vedere che tutti pensavano che il problema fosse solo nostro, in Sicilia… Poi pian piano le cose sono cambiate. Anche grazie a noi. Eh sì, perché fino a quel 1992 la mafia c’era sì, ma era quella da film, quella con la coppola e la lupara, era quella che non toccava donne e bambini. Uccideva, certo, ma in fondo neanche poi tanto. E poi, tu Peppino, eri morto il giorno di Aldo Moro… pure questa cosa gli è andata bene alla mafia: quel giorno erano tutti presi da altro… figurati se potevano pensare a uno come te di un paesino piccolissimo in provincia di Palermo e che oltretutto era evidente che si fosse suicidato… ma grazie a noi l’Italia si è svegliata. Chi l’avrebbe detto? Ci siamo sentiti proprio importanti: che poi diciamolo è un po’ il modello italiano di riferimento… se muori, vali, se hai la scorta, vali, se ti arriva una minaccia vali. E noi, uomini e donne nell’ombra che di lavoro facciamo la scorta così abbiamo avuto i nostri cinque minuti di gloria… di cui ovviamente avremmo fatto volentieri a meno. Ma lo metti nel conto quando fai questo mestiere…
Ma una cosa ve la vogliamo dire… Lo sapete che da qui le cose si vedono proprio chiare? Si vede tutto. un po’ ci credevamo, ma non pensavamo fosse così. Che ridicoli che sono gli umani e che ridicoli questi mafiosi che muovono soldi, soldi a palate che non sanno neanche come usare, mentre ci sono bambini che muoiono di fame e che non possono neanche andare a scuola e ci sono i loro bambini che sono condannati già nella culla. Che ridicoli che sono: pur di dire di comandare vivono come topi. Che ridicoli, poi, che sono quelli che si rifanno la faccia diventando paladini di qualcosa… non perché ci credono profondamente. Che ridicoli i politici, i loro calcoli, i loro accordi, le facciate che non riescono più tanto a nascondere la vera natura. Ma, tranquilli, da qui il sottobosco si vede tutto: si vedono i volontari silenziosi, quelli che ci credono davvero, quelli che senza urlare ogni giorno provano a spostare un po’ più in là le cose, quelli che con la testa china leggono carte, studiano, intrecciano i dati. Non li vedi su nessun carroccio (ops lapsus freudiano), non li vedi con nessuna bandiera, non li vedi puntare un dito contro qualcuno, non urlano, non incalzano con violenza. Semplicemente fanno, lavorano onestamente, rispettano le regole, tendono la mano, non sottostanno alle regole del mercato e ci ricordano ogni giorno proprio comportandosi in questo modo. Non solo oggi ma da domani con ancora più forza. Perché siamo morti il 23 maggio, ma se non ci ricordate davvero, moriamo ogni giorno.
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Valerio Sordilli
7 Febbraio 2018 at 16:26
Un pezzo leggero e piacevole, bravi.