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Covid-19, la lettera del Vescovo di Latina ai presbiteri e diaconi

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LATINA – In questo periodo particolare, per l’epidemia di Covid-19, il vescovo Mariano Crociata ha inviato una Lettera ai presbiteri e diaconi permanenti per riflettere sulla dimensione spirituale di quanto sta avvenendo, oltre alcune considerazioni più pastorali. Il documento si aggiunge ad un’analoga lettera inviata alla comunità diocesana la scorsa settimana (sul sito diocesi.latina.it).

Tra gli spunti di riflessione quello di vivere questo periodo come una prova per la fede, da cui l’occasione per rinforzarla e maturare una coscienza all’altezza delle questioni. Inoltre, il Vescovo ha suggerito tre piste da seguire in questo processo di cambiamento: ridare vigore all’annuncio delle Resurrezione, mantenere vive le relazioni all’interno della propria comunità e continuare a impegnarsi nella carità verso i più deboli in questo momento.

Un pensiero particolare lo ha dedicato agli infermi e ai malati gravi, che spesso sono costretti ad affrontare in solitudine le cure complesse cui sono sottoposti e purtroppo, a volte, anche l’agonia e la morte. Pressante l’invito «a rendere vicina la Speranza di cui siamo animati a questi fratelli».

Intanto, la comunità ecclesiale pontina continua a pregare per le persone colpite dal virus e per i medici, gli infermieri e tutti gli altri operatori che a vario titolo si dedicano alla cura dei malati e ad arginare la diffusione del virus.

LE LETTERA

Cari confratelli,

ho pensato di scrivervi per condividere pensieri e sentimenti di questi giorni.

Innanzitutto, vi ringrazio per il modo come avete vissuto questa prima domenica senza celebrazioni con il popolo. Ho colto diversi segni della vostra iniziativa pastorale volta ad offrire ai fedeli il sostegno della Parola di Dio, della fede e della preghiera.

Uno spunto di riflessione vorrei ora porgervi muovendo dalle considerazioni polemiche di qualche commentatore. È vero che per la prima volta, di fronte al diffondersi di una epidemia, la comunità ecclesiale, attenendosi alle indicazioni delle autorità sanitarie e governative, ha risposto all’emergenza sospendendo ogni manifestazione, anche rituale, che preveda la partecipazione di fedeli. In passato, in circostanze analoghe, è talora successo il contrario: si intensificavano le celebrazioni e si promuovevano processioni, con grande partecipazione di popolo. In verità, andrebbe verificato storicamente come siano andate di volta in volta le cose, ma non c’è dubbio che una sospensione generalizzata – che toccherà anche la Settimana Santa e la celebrazione della Pasqua – è la prima volta che viene adottata.

Qualcuno grida all’affronto per la fede e alla diserzione degli uomini di Chiesa; la verità è che i cambiamenti culturali e scientifici intervenuti, e la crescita dell’esperienza della fede cristiana, ci fanno vedere le cose diversamente, ma non per questo con minor fede. Oggi conosciamo più chiaramente le modalità di diffusione di un’epidemia e, responsabilmente, non possiamo permettere che per nostra responsabilità il contagio si diffonda ulteriormente: il virus non rimane fuori dalle porte delle chiese. D’altra parte, la fiducia in Dio e la preghiera sono cosa diversa dal tentare Dio e sfidarlo con la pretesa di miracoli, i quali restano sempre dono gratuito e imprevedibile. Infine, la fede non è mai esentata dalla prova e quella che stiamo vivendo è anche una prova per la fede, attraverso la quale Dio ci vuole dire qualcosa che dobbiamo discernere.

L’aspetto più inquietante di questa prova è la congiunzione di due sofferenze: la minaccia per la salute (e per molti la malattia, la morte) e la privazione dell’Eucaristia. In tempi ordinari, la malattia viene vissuta dai credenti con il sostegno della preghiera e, in particolare, dell’Eucaristia. Ciò che nelle nuove circostanze ci tocca dolorosamente è proprio l’impossibilità di accostarsi all’Eucaristia, che con la tradizione chiamiamo «pane dei pellegrini» e «vero pane dei figli». Adesso i pellegrini e i figli – quali noi siamo – non possono nutrirsene.

Al di là del dolore e dello sconcerto, possiamo notare che ci sono circostanze nelle quali noi stessi – per cause eccezionali, di malattia o altro – non possiamo celebrare e ricevere l’Eucaristia, inoltre che ci sono e ci sono state situazioni nelle quali intere comunità sono rimaste, per periodi più o meni lunghi, privi del Sacramento, in tempi di persecuzione o per mancanza di sacerdoti.

Proprio per la serietà della prova, alcuni dei nostri fedeli faranno di questo tempo un’occasione per rafforzare la fede: per questo noi preghiamo e ci adoperiamo con gli strumenti che abbiamo a disposizione. In altri però – pochi o molti – si può insinuare un pensiero che mette in dubbio o indebolisce la fede, considerata alla fine irrilevante di fronte a problemi difficili e a sfide straordinarie come quelli che abbiamo dinanzi. Insomma, agli occhi di qualcuno la fede sembra perdere di significato e di rilevanza, perché in realtà solo la medicina, la scienza, una efficiente organizzazione sociale risultano di aiuto in questi frangenti. Di qui la domanda, o il sospetto, che può sorgere: se la fede non è in grado di fare qualcosa e di dire una parola significativa per le situazioni limite della vita e della storia, come potrà illuminare l’esistenza ordinaria e la vita di ogni giorno?

La fase che attraversiamo è destinata a modificare la condizione spirituale di molti credenti, rafforzandone alcuni, ma mettendo in crisi altri, tentati appunto dall’idea di irrilevanza, se non di insignificanza, della fede cristiana.

Di fronte a questa eventualità dobbiamo maturare una coscienza all’altezza delle questioni e non limitarci a surrogare una pastorale per tempi ordinari. È difficile dire, ora, se questa sia una semplice parentesi, dopo la quale riprenderà tutto come prima, così come prevedere che cosa cambierà e come noi stessi saremo cambiati. In ogni caso, sarà opportuno interrogarsi: come accompagnare consapevolmente il processo di cambiamento, senza subirne supinamente il corso?

Vedo – in continuità con le comunicazioni precedenti – tre piste da seguire, per cercare risposte, rimanere vigili dentro il processo di trasformazione, assumere atteggiamenti corrispondenti adeguati. Esse sono: la riscoperta di alcuni temi dimenticati in un orizzonte più compiuto della nostra fede, la valorizzazione delle relazioni come rete costitutiva di un tessuto ecclesiale capace di reggere al cambiamento e di guidarlo dall’interno, la capacità di accompagnare con segni concreti di solidarietà i drammi che in questi frangenti si consumano sotto i nostri occhi. 

 1.     In primo luogo, abbiamo bisogno di attingere alle risorse della nostra fede nella loro integralità. Senza panico e senza recriminazioni, dobbiamo lasciarci ispirare dal tempo liturgico di Quaresima e dal suo orientamento alla Pasqua di Cristo: chiamati a vivere al meglio la nostra condizione umana, nella solidarietà e nella fraternità, sperimentiamo il peccato e l’infedeltà che deturpano il volto delle persone e delle comunità umane, per riscoprire che abbiamo bisogno non solo di salute e di benessere, ma di vita nuova e di un cuore nuovo che solo il Crocifisso-Risorto può rigenerare in noi; non dobbiamo far altro che inserirci nel solco del suo cammino terreno orientato a una pienezza che, attraverso la croce, trasforma l’umano dall’interno e lo conduce verso la glorificazione in Dio. Il segno di questa Quaresima spogliata di riti e di manifestazioni esteriori sta nella sua capacità di riportarci alle cose essenziali della nostra condizione e della nostra fede: la fragilità di fronte al male, il bisogno di reagire ad esso e di aiutarci per farlo, ma anche la potenza della morte e il bisogno di una salvezza che non si accontenta di guarire da una malattia, bensì annuncia e promette una vita piena dentro e oltre questa vita. Questo deve diventare il momento per ridare vigore all’annuncio della risurrezione come senso del nostro cammino terreno e termine ultimo che trascende la nostra condizione temporale. In questa prospettiva integrale, con la serenità gioiosa che è propria della speranza cristiana, non dobbiamo avere timore di annunciare la vita eterna, vera spinta e risorsa indispensabile fin da ora per una vita migliore, per una vita piena. Ci sta stretto il ruolo di consolatori e di risorsa morale per una società in affanno; noi abbiamo ambizioni più grandi, che abbracciano l’incoraggiamento e la collaborazione da infondere nelle nostre comunità civili, ma guardano e orientano verso una pienezza di vita – umana e divina, terrena ed eterna – che ci viene da Cristo risorto. Ne abbiamo bisogno noi, ne hanno diritto i nostri fedeli, ne attendono l’annuncio e la testimonianza tutti. Con questa consapevolezza, tutte le risorse che stiamo utilizzando assumono un’altra profondità; e allora possiamo continuare a servirci di streaming e video, registrazioni e suono di campane, celebrazioni e preghiera liturgica trasmesse, devozioni e formule di preghiera le più diverse, catechesi e predicazioni, e altro ancora, sapendo che tutto, insomma, diventa risorsa di un annuncio autenticamente cristiano, capace di reggere il peso di questi giorni e di prepararci al dopo-epidemia.

 2.     Ad essere provato in questa fase è anche il tessuto delle nostre comunità ecclesiali, a rischio di dispersione e di smarrimento. A questo scopo è necessario – insieme a tutte le forme di comunicazione, generaliste o per gruppi – prendersi cura delle relazioni personali. I fedeli vanno cercati uno per uno, con la discrezione necessaria ma anche con la cordialità e l’interessamento sincero. In questo movimento di contatto personale devono essere coinvolti anche i collaboratori più stretti e i membri dei consigli, così da stendere una rete che copra l’intera comunità. È, questa, una circostanza propizia per far sentire a tutti il senso di una appartenenza e di un legame più forti di ogni contrarietà e di ogni minaccia, mossi tutti come siamo dalla fede e dal desiderio di alimentare la certezza che il Signore è con noi, ci sostiene e ci aiuta, attraverso la comunità, ad affrontare le difficoltà presenti. Grazie a questa rete viva potranno emergere situazioni di disagio e di solitudine, o anche un senso di abbattimento e perfino di depressione che può colpire alcuni. È il kairós della ‘consolazione’ cristiana. Il sentimento di prossimità e la disponibilità a farsi carico gli uni degli altri diventano fattori umanissimi ma potenti di una fede che realmente ed efficacemente crea comunità attorno al Signore.

 3.     Proprio in questa rete viva di comunicazione e di scambio sono destinate ad emergere le situazioni più gravi di indigenza e di bisogno di aiuto concreto. Famiglie con malati e anziani in casa, famiglie con bambini e ragazzi bisognose di aiuto, famiglie senza alcuno che lavori e che le aiuti o persone sole in difficoltà: sono le situazioni ricorrenti in questi giorni più che in altri periodi. Siamo chiamati a farcene carico. La Caritas diocesana è attrezzata per supportare le Caritas parrocchiali e le iniziative straordinarie che si intraprendono. Un altro servizio importante è favorire la disponibilità di giovani maggiorenni a svolgere servizi di volontariato per la distribuzione di viveri nelle Caritas parrocchiali e di pasti nelle mense della Caritas, nonché per altre forme di collaborazione secondo quanto disposto e organizzato dalla Caritas diocesana. Senza trascurare la cura per la propria e altrui salute, dobbiamo far sentire che il cuore della carità batte ancora più forte in questo tempo in cui non si saprebbe dire se sia più pressante il soccorso di beni materiali o il sostegno spirituale a quanti sono nella prova ed a quanti ne sperimentano, con inquietudine continua, la prossimità.

Ed infine ma sopra a tutto questo, la condizione degli infermi e dei malati gravi. Le comunità cristiane conoscono e sono già impegnate nel vasto campo dell’assistenza spirituale e talora materiale agli ammalati. Ma non possiamo respingere il dato che l’attuale pandemia ci mette di fronte e cioè di persone che, rescisse da tutti i legami familiari per fini di profilassi e di cura, affrontano nella solitudine assoluta il tempo sospeso e doloroso della ‘terapia intensiva’, e, purtroppo, nella medesima solitudine l’agonia e la morte. Noi dobbiamo trovare il modo di rendere vicina la Speranza di cui siamo animati a questi nostri fratelli.

 Ho voluto in questo modo condividere ancora con voi, cari confratelli, alcuni pensieri, preoccupazioni e indicazioni per questi giorni, che purtroppo sono ancora i primi di un periodo che potrebbe non essere brevissimo, perché possiamo viverlo nella maniera più consapevole e nella più grande comunione tra di noi e con tutta la Chiesa, che condivide una pandemia che ormai ha superato tutti i confini.

Rimaniamo uniti nella preghiera, nello scambio delle comunicazioni, nel desiderio di contribuire a fare di questo un periodo di crescita per la nostra fede e per il nostro essere Chiesa. Noi stessi non abbiamo timore a condividere le nostre difficoltà, anche personali, e ad aiutarci a vicenda.

Il Signore vi benedica.

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Presentato lo Sportello Telematico per i Servizi Idrici e Ambientali (S.I.A.) della Provincia di Latina

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LATINA – E’ stato presentato il nuovo Sportello Telematico per i Servizi Idrici e Ambientali (S.I.A.) della Provincia di Latina, una piattaforma digitale realizzata nell’ambito delle attività dell’Ufficio Risorse Idriche del Settore Tutela del Territorio e Sviluppo Sostenibile.

Il nuovo strumento  – spiegano dall’Ente – nasce con l’obiettivo di semplificare e digitalizzare la gestione delle istanze e dei procedimenti amministrativi in materia idrica e ambientale, migliorando l’accessibilità dei servizi, la trasparenza e l’efficienza dell’azione amministrativa.

La piattaforma consentirà inoltre di raccogliere e organizzare un importante patrimonio di informazioni, utile a migliorare la conoscenza e il monitoraggio quantitativo e qualitativo delle risorse idriche, a supporto delle attività di pianificazione e tutela del territorio.

“La digitalizzazione della Pubblica Amministrazione non significa soltanto introdurre nuove tecnologie, ma rendere i servizi più semplici, accessibili ed efficienti per cittadini, professionisti e imprese – ha dichiarato il Presidente Carnevale –. Con questo nuovo sportello compiamo un passo concreto verso una Provincia più moderna, capace di ridurre gli adempimenti burocratici, migliorare la gestione dei procedimenti e offrire risposte sempre più chiare e tempestive alle esigenze del territorio”.

Il nuovo sportello sarà reso accessibile agli utenti esterni a partire dal 1° dicembre 2026.

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Latina, oltre 500 persone alla Run for Mental Health: sport e solidarietà contro lo stigma

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Oltre 500 persone hanno partecipato domenica 11 ottobre a Capoportiere, a Latina, alla seconda edizione della Run for Mental Health, la corsa solidale promossa da Agorà Salus in collaborazione con Uisp per sensibilizzare sul tema della salute mentale. L’iniziativa, dedicata alla memoria di Luca Simonassi, ha proposto un percorso di cinque chilometri, aperto a tutti e da affrontare correndo o camminando.
L’evento si è svolto nei giorni immediatamente successivi alla Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre, con l’obiettivo di portare il tema fuori dai soli contesti specialistici e coinvolgere la comunità attraverso lo sport e la partecipazione. Secondo i dati diffusi dagli organizzatori, in Italia oltre 16 milioni di persone convivono con disturbi psicologici.

«I disturbi psichici colpiscono un italiano su cinque. Servono investimenti concreti e maggiore attenzione ai giovani», sottolinea Silvia Baglioni, fondatrice e coordinatrice generale di Agorà Salus. La responsabile richiama la necessità di rafforzare la prevenzione e l’intervento precoce, superando lo stigma che ancora accompagna la malattia mentale.

Agorà Salus, struttura residenziale psichiatrica socio-riabilitativa accreditata con la Regione Lazio, è attiva da oltre vent’anni nell’assistenza e nella riabilitazione di giovani adulti. Il modello adottato integra assistenza psichiatrica, psicoterapia individuale e di gruppo, sostegno all’autonomia e percorsi personalizzati in collaborazione con i servizi territoriali.
A sostegno dell’efficacia del percorso riabilitativo, la struttura riferisce i risultati ottenuti su un campione di 40 giovani adulti, con un’età media di 26 anni: oltre la metà avrebbe concluso il percorso con esito positivo e il 94% avrebbe raggiunto l’autonomia abitativa. Molti hanno inoltre ripreso gli studi o trovato un’occupazione, mentre quasi tutti hanno potuto ridurre la terapia farmacologica.
La corsa è stata dedicata a Luca Simonassi, manager del territorio scomparso il 10 aprile 2026, vicino ad Agorà Salus fin dagli inizi. Simonassi aveva sostenuto il progetto di ampliamento della struttura per creare nuovi spazi di accoglienza. L’iniziativa vuole mantenere vivo il suo impegno, trasformandolo in nuove opportunità di cura per i giovani e le loro famiglie.

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Latina al Pizza World Cup: primo posto alla pizza in teglia di Lorella Chemello

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LATINA – Prestigioso riconoscimento internazionale per Lorella Chemello, titolare della pizzeria Prima o Poi di Latina, che ha conquistato il primo posto nella specialità Pizza in Teglia alla 24ª edizione della Pizza World Cup, competizione internazionale che riunisce i migliori professionisti del settore. La gara si è svolta lo scorso 30 settembre al Centro Congressi dell’Hotel Selene di Pomezia, nell’ambito della manifestazione organizzata dalla famiglia Folliero e dall’Unione Pizzaiuoli Tradizionali e Ristoratori, con la partecipazione di 300 pizzaioli provenienti da 36 Paesi.

Al termine della competizione, la giuria ha premiato Chemello con il trofeo e l’attestato di prima classificata nella propria categoria, consacrando il talento e la professionalità di un’imprenditrice che porta alto il nome di Latina in una vetrina di rilievo internazionale.

La Pizza World Cup si conferma così un appuntamento di riferimento per valorizzare la qualità, la creatività e la professionalità dei pizzaioli. E in questa edizione, tra i protagonisti c’è soprattutto una vincitrice di Latina: Lorella Chemello, prima al mondo nella specialità pizza in teglia.

 

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