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Il richiamo ai valori di Santa Maria Goretti nell’omelia del vescovo di Latina

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LATINA – Ieri sera, alle 21, il vescovo Mariano Crociata ha presieduto la messa per la festa di santa Maria Goretti, patrona di Latina e dell’Agro pontino e della Diocesi di Latina. Con lui, nella chiesa intitolata alla Santa,  hanno concelebrato il Vicario generale don Enrico Scaccia, il parroco don Anselmo Mazzer e altri presbiteri della città. Presente anche la delegazione del Comune di Latina, guidata dalla sindaca Matilde Celentano.

Nella sua omelia, facendo riferimento ai sempre più frequenti fatti di cronaca che riportano dell’uccisione di donne giovani e meno giovani, così come uccisa fu Maria Goretti, il vescovo Crociata non ha usato mezzi termini e ha richiamato gli adulti al loro compito educativo: “I ragazzi e i giovani  – ha detto – sono spesso lo specchio di una generazione di adulti falliti”.  Il richiamo alla Santa Bambina proprio per dire che “in Maria Goretti colpisce una delicatezza di coscienza, una finezza interiore, un senso dei valori e dei principi in cui era stata educata”  e l’invito a seguire il suo esempio.

IL TESTO INTEGRALE DELL’OMELIA –  “Non è la prima volta che le pagine e le notizie delle cronache quotidiane riferiscano di uccisioni e violenze nei confronti di donne giovani e meno giovani. Se anche sono già state spunto di riflessione, in occasione della festa di santa Maria Goretti, è opportuno ritornarvi su per provare a fare un passo avanti nella nostra presa di coscienza di credenti e di devoti, e nel nostro impegno di Chiesa e di popolo cristiano. La prima cosa da dire è che l’indignazione non basta più, meno che mai oggi. La reazione immediata di sdegno rischia perfino, a volte, di bloccare la ricerca di una risposta effettiva ed efficace ai problemi, perché è facile sentirsi appagati della superiorità morale che accompagna la percezione di sé nell’atto di indignarsi. Ma poi anche solo il senso di impotenza di fronte a fenomeni che è difficile immaginare come fermare, induce presto alla giustificazione di sé e alla rassegnazione. La verità è che siamo tutti implicati nel fenomeno di cui parliamo e che impropriamente chiamiamo femminicidio.
È impropria questa designazione perché, per quanto si tratti quasi sempre di donne, quei gesti non sono compiuti contro il genere femminile solo perché femminile, contro la categoria delle donne, ma sono atti contro quella donna precisa, con il suo volto, il suo nome, la sua storia con colui che la maltratta e la uccide. Ed è contro di lei perché non ella è come tu vorresti e non si rassegna ad essere un semplice oggetto, un corpo nelle tue mani, e tu non sei capace di gestire le tue emozioni e i tuoi sentimenti, la tua rabbia e le tue delusioni, i tuoi istinti e i tuoi fallimenti, e allora esplodi senza alcun senso del limite e senza alcuna forma di autocontrollo, magari ulteriormente eccitato dall’alcool o da sostanze stupefacenti. Non si può dire che vadano considerati comportamenti da animali, poiché gli animali sono sempre guidati da un istinto che li fa agire in coerenza con le sue caratteristiche naturali ed entro le sue regole. Qui siamo in presenza di un agire privo di criterio e di controllo, risultato di una istintualità senza raziocinio e senza coscienza.
Come è possibile che siamo arrivati a questo punto? La risposta che trovo è semplice a dirla, difficile a praticarla, perché cambiare mentalità e abitudini richiede tempo e lavoro di formazione e
di educazione, su di sé prima che sugli altri, non solo su ragazzi e giovani ma ugualmente anche su noi adulti. Sarebbe un errore pensare che i fenomeni estremi di cui parlano le cronache siano casi isolati, prodotto di ambienti sociali e urbani degradati. Questi aspetti di degrado possono aggravarlo, ma il fenomeno è effetto di una cultura di massa di cui sono vittime potenzialmente tutte le famiglie, quando le famiglie ci sono ancora, e in qualche misura tutti noi.
Di tale cultura di massa voglio mettere in evidenza un solo aspetto, tra altri che meriterebbero non minore attenzione. Mi riferisco allo spontaneismo educativo. Sì, perché tutti si pensa che per crescere bene un bambino, e poi un ragazzo, gli si debba lasciar fare tutto quello che gli va di fare, ritenendo che con il passare del tempo egli si aggiusterà da sé. Questa tendenza, che è una comprensibile reazione all’autoritarismo educativo del passato, non produce più dei repressi e dei complessati, come poteva avvenire in altri tempi, ma produce invece delle persone prive di autocontrollo, prive di criteri di giudizio morale e di senso della vita come progetto, soprattutto prive di senso di responsabilità e di capacità di relazione, ancor più quando non hanno imparato a capire le emozioni e i comportamenti degli altri, perché non hanno imparato a riconoscere le proprie, di emozioni, e non hanno maturato una minima coscienza di sé, del proprio mondo interiore, del significato e delle conseguenze dei propri comportamenti. Uno scenario, questo, che si fa ancora più grave quando si dà spazio ad un uso sregolato di cellulari e di social, per non parlare delle corse spericolate e delle imprese da incoscienti.
La cosa grave è che spesso gli adulti sono uguali, adolescenti che si considerano cresciuti solo perché hanno qualche centimetro e qualche chilo in più, e magari qualche capello in meno. I ragazzi
e i giovani sono spesso lo specchio di una generazione di adulti falliti, quanto meno come educatori. Una dimostrazione vistosa ne è la difesa per partito preso dei figli di fronte a docenti la cui unica colpa, spesso, è quella di fare con qualche serietà i docenti. So bene che le cose poi, quando si va nei casi specifici, sono sempre più complicati delle nostre generalizzazioni. Ma tutti i casi specifici che vogliamo non riescono a smentire l’andazzo generale a cui ho accennato.
Vi chiederete come in tutto questo può esserci di aiuto santa Maria Goretti. La prima cosa che ci ella ci permette di capire è che c’è una ignoranza più grave e pericolosa di quella che viene dalla
mancata istruzione scolastica. Ci sono fior di laureati che non hanno un minimo senso di umanità e di responsabilità. Cultura è senso della dignità di sé e degli altri, e di ogni altro, capacità di stare in relazione con rispetto e attenzione, disponibilità all’incontro e alla collaborazione. Cultura è capire che la vita non è consumo e divertimento, buttare il tempo e spassarsela: questo è buttare via la vita. E molti, senza accorgersene, hanno e trasmettono questa filosofia di vita, per cui ciò che conta è approfittare di tutto e di tutti senza tenere conto e senza rispettare niente e nessuno. Questa è non solo ignoranza, è incultura, rozzezza e volgarità, disprezzo della propria e altrui dignità umana.
In Maria Goretti colpisce una delicatezza di coscienza, una finezza interiore, un senso dei valori e dei principi in cui era stata educata, un rispetto per gli altri, per la famiglia, per il lavoro, un precoce senso di responsabilità per la famiglia e i fratelli più piccoli in particolare, un modo di essere, insomma, che non ha avuto bisogno di grandi scuole, perché ha avuto la scuola della famiglia, del lavoro, del servizio e della collaborazione, della fatica e, se necessario, del sacrificio, parole che per alcuni rischiano di apparire oggi quasi una bestemmia. Quando fosse così, saremmo al capovolgimento dell’ordine della realtà. Non ho citato il senso della fede e della preghiera di santa Maria Goretti, perché senza quei presupposti umani, come avrebbe potuto attecchire la fede? La fede si sposa sempre con un senso genuino dell’umano, della persona, della sua complessità e integrità, del senso del bene, non solo proprio ma anche degli altri. Ci vuole nobiltà d’animo per essere veramente credenti, ma la nobiltà d’animo non attecchisce tanto nelle case dei nobili, che non ci sono più, ma nelle case dei buoni, dei retti di mente e di cuore, che coltivano giorno per giorno una vita buona, ispirata al senso di Dio, del mistero grande della vita che Egli ci ha donato, del Cristo che non ha esitato a morire per amore nostro.
Avete fatto caso a come spesso i giovani e i meno giovani che si sono resi protagonisti di misfatti così gravi appaiono ridotti a persone inebetite, vuoi dall’alcol o dalla droga, o semplicemente dall’incoscienza? Ma noi non vogliamo accodarci auna umanità inebetita, non vogliamo concorrere a formare una società di ebeti. E per questo guardiamo a Maria Goretti, sicuri che seguendo il suo esempio semplice e serio non perderemo la nostra umanità ma la ritroveremo sempre viva e forte, degna di essere accolta e vissuta per noi stessi, per gli altri e insieme agli altri”.

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Sabaudia, stretta della Polizia locale contro gli incivili dei rifiuti, 105 multe e oltre 11 mila euro di sanzioni

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Controlli intensificati contro gli abbandoni selvaggi di rifiuti a Sabaudia. Centocinque verbali già contestati dalla Polizia Locale, per un totale di 11.550 euro di sanzioni.  Numeri che raccontano un fenomeno ancora presente e particolarmente grave in una città come Sabaudia che custodisce un patrimonio ambientale unico, inserita nel cuore del Parco nazionale del Circeo. L’Amministrazione comunale, fa sapere che saranno eseguiti sempre più controlli, più prevenzione e tolleranza zero verso chi trasforma gli spazi pubblici in discariche abusive, danneggiando l’immagine e la qualità della vita dell’intera comunità.

“Invito tutti i cittadini a rispettare le regole per il corretto conferimento dei rifiuti, seguendo il calendario della raccolta della Del Prete –  ha detto il Sindaco Alberto Moasca.  Per gli ingombranti esistono servizi dedicati, basta telefonare al numero verde e fissare un appuntamento, oppure utilizzare l’isola ecologica itinerante secondo il calendario previsto. Non ci sono motivi per abbandonare rifiuti sul territorio. Tenere pulita la propria città è un dovere civico, ma anche una forma di rispetto verso se stessi e verso gli altri. Sabaudia appartiene a tutti noi e tutti abbiamo il compito di proteggerla. Esprimo il mio apprezzamento alla Polizia Locale per l’alta attenzione dedicata al contrasto di questo fenomeno. Il lavoro svolto quotidianamente sul territorio è fondamentale per individuare i comportamenti scorretti e riaffermare il principio che il rispetto delle regole è alla base della convivenza civile”.

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Carceri, il vescovo Crociata: «La vittoria della giustizia è il bene, non altro male»

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Si è svolto questa mattina nella Sala Cambellotti della Provincia di Latina l’incontro dal titolo “Diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane”, promosso dalla Caritas diocesana di Latina nell’ambito della giornata nazionale di mobilitazione dedicata alla condizione dei detenuti nelle carceri italiane.

L’iniziativa aderisce alla mobilitazione promossa dall’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, la rete nata a Roma che riunisce associazioni e realtà impegnate nel mondo penitenziario con l’obiettivo di richiamare l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica sulle criticità del sistema carcerario italiano, dal sovraffollamento alle condizioni di vita dei detenuti, fino al tema della rieducazione e del reinserimento sociale previsto dalla Costituzione.

Ad aprire l’incontro è stato il saluto del vescovo della diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, mons. Mariano Crociata, che ha invitato a superare la tentazione del giustizialismo e della vendetta, riportando il dibattito sul terreno della dignità della persona e del senso autentico della giustizia.

«I principi e i valori a cui la Costituzione si ispira si riconducono alla dignità di ogni essere umano, di ogni persona, al di là di tutto, perfino del male compiuto», ha affermato il vescovo, sottolineando come «nessun essere umano finisce mai di essere persona».

Crociata ha quindi evidenziato come la sofferenza inflitta a chi ha commesso un reato non possa rappresentare una forma di riparazione: «Il male e la sofferenza inflitti a un colpevole non ripagano mai di niente, non soddisfano nessuna esigenza di equità, non alleviano alcuna sofferenza e non riparano alcun danno subito».

Parole nette anche sul ruolo che il carcere dovrebbe svolgere nella società e sulla necessità di interrogarsi sull’efficacia dell’attuale sistema penitenziario: «Mi colpisce la constatazione che il carcere produce una percentuale molto alta di recidivi. È il segno che la sua struttura attuale è ben lontana dall’essere idonea a raggiungere quegli obiettivi di rieducazione e di nuova socializzazione che la Costituzione gli assegna».

Nel suo intervento il presidente della Commissione degli Episcopati dell’Unione Europea ha infine invitato a considerare il tema delle carceri non come una questione che riguarda esclusivamente i detenuti, ma l’intera società: «Parlando dei detenuti parliamo di noi tutti, della società in cui viviamo, perché le nostre vite e i nostri pensieri sono intrecciati molto di più di quanto immaginiamo».

«Occuparsi delle condizioni di vita dei carcerati non è solo un atto di umanità e di solidarietà – ha concluso Crociata – ma ci costringe a riflettere sul modo in cui viviamo e ci poniamo in relazione gli uni con gli altri, per costruire insieme un modo più umano e positivo di stare in società e di fare comunità».

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Fislas Latina, Mauro D’Arcangeli confermato presidente: “Bilateralità investimento su persone e futuro dell’agricoltura”

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Mauro D’Arcangeli è stato confermato alla guida del Fislas Latina, il Fondo Indennità Salariati Lavoratori Agricoli Subordinati, al termine del rinnovo degli organi dell’ente bilaterale composto dalle organizzazioni datoriali Confagricoltura, Coldiretti e CIA e dalle organizzazioni sindacali FAI-CISL, FLAI-CGIL e UILA-UIL.

La conferma arriva dopo un triennio caratterizzato da importanti investimenti nella formazione, nel welfare contrattuale, nella sicurezza sul lavoro e nel sostegno alle famiglie dei lavoratori agricoli.

Nel periodo 2023-2025 il Fislas Latina ha realizzato 278 corsi di formazione, coinvolgendo 4.704 persone tra lavoratori e imprenditori agricoli. Le attività hanno riguardato diversi ambiti, dalla sicurezza sul lavoro alle abilitazioni professionali, dai patentini per i prodotti fitosanitari alla conduzione dei trattori.

Parallelamente, l’ente ha rafforzato il sistema di welfare contrattuale, garantendo sostegno ai lavoratori in caso di malattia, infortunio e maternità, oltre a interventi a favore delle imprese attraverso il rimborso delle visite mediche aziendali e il supporto dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza Territoriali.

Grande attenzione anche al diritto allo studio, con borse di studio destinate ai figli dei lavoratori agricoli per sostenere i percorsi scolastici e universitari delle nuove generazioni.

“Il valore di un ente bilaterale si misura nella capacità di migliorare concretamente la qualità del lavoro e della vita delle persone”, ha dichiarato D’Arcangeli, sottolineando come il prossimo triennio sarà dedicato al potenziamento della formazione, allo sviluppo di nuovi servizi per le imprese e al rafforzamento delle iniziative dedicate alla sicurezza e al welfare.

Il presidente ha inoltre ribadito l’importanza della collaborazione tra organizzazioni datoriali e sindacali, definendo la bilateralità uno strumento fondamentale per sostenere la competitività dell’agricoltura e il futuro del settore.

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